LA POST-DEMOCRAZIA

La post-democrazia, concetto elaborato dal sociologo Colin Crouch, descrive una condizione in cui la democrazia non scompare per effetto di un colpo di Stato o dell’abolizione delle elezioni, ma tende a svuotarsi dall’interno.

Le urne restano aperte, i governi si alternano, i partiti competono e i giornali criticano; eppure una parte crescente delle decisioni si sposta verso centri economici, apparati tecnici, piattaforme digitali e gruppi organizzati che non rispondono agli elettori. Le istituzioni democratiche continuano a esistere, ma rischiano di ridursi a un guscio formale.

Il prefisso post non indica la fine della democrazia, bensì il superamento della sua fase di maggiore vitalità.

La democrazia infatti non coincide solo con il voto. Richiede pluralismo informativo, uno Stato di diritto effettivo, uguaglianza politica, la possibilità per i cittadini di concorrere concretamente alla definizione delle questioni di interesse pubblico, non solo di scegliere tra opzioni predisposte da altri.

Nella post-democrazia il cittadino si limita ad approvare o a indignarsi, non incidendo sulle condizioni in cui i governi operano. La sovranità popolare si concentra nel giorno delle elezioni, mentre il potere effettivo si esercita in luoghi meno visibili e accessibili.

Il cuore del fenomeno è un trasferimento di potere senza una corrispondente assunzione di responsabilità.

Imprese, mercati finanziari, agenzie di rating, organismi tecnici e centri di competenza acquistano un ruolo crescente nelle decisioni, in nome della complessità o dell’urgenza.

Nessuno di questi soggetti è di per sé illegittimo; il problema nasce quando la competenza si trasforma in sottrazione al controllo democratico e quando il potere economico ottiene un accesso alle istituzioni molto più ampio e continuativo di quello dei cittadini.

Nel frattempo i partiti di massa si trasformano in strutture più leggere e spesso centrate sul leader. La partecipazione politica cede progressivamente il posto alla fruizione passiva della politica; l’elettore viene sempre più considerato come un consumatore da analizzare attraverso i sondaggi, segmentare in gruppi e conquistare con una comunicazione mirata.

Il conflitto politico tende così a trasformarsi in spettacolo, polarizzandosi attorno a simboli e identità, ma mostrando assai minore incisività quando si tratta di confrontarsi con i grandi centri del potere economico.

I social media possono accentuare questa trasformazione, premiando ciò che genera attenzione più di ciò che favorisce la comprensione.

Tipica di questa fase è la formula: non ci sono alternative. Le scelte appaiono come necessità tecniche. Le elezioni rischiano allora di stabilire chi amministra l’inevitabile, più che quale direzione prendere.

Il populismo si presenta spesso come reazione a questo stato di cose, ma può anche diventare una sua radicalizzazione: intercetta un disagio reale.

Secondo l’OCSE il 68% dei cittadini ritiene che il loro voto influenzi l’azione del governo, mentre solo il 31% pensa di aver voce nelle decisioni pubbliche.

Spesso il populismo traduce questo disagio in una contrapposizione morale tra popolo ed élite, delegittimando corpi intermedi, stampa e magistratura e sostituendo il pluralismo con un rapporto plebiscitario tra capo e popolo.

La post-democrazia non coincide con l’autocrazia: le istituzioni democratiche non vengono necessariamente neutralizzate, ma possono progressivamente perdere sostanza.

Inoltre, chi possiede risorse economiche, relazioni e capacità di pressione può influenzare stabilmente le decisioni pubbliche; chi dispone soltanto del voto può farlo, di fatto, solo periodicamente.

In questa prospettiva l’astensionismo non è sempre semplice apatia: può essere anche la risposta a una lunga esperienza di impotenza.

Per contrastare questa deriva occorre ricostruire i corpi intermedi e garantire uguaglianza di accesso alle decisioni.

È anche opportuno sottoporre l’ambiente digitale a regole democratiche e restituire alla politica un linguaggio esplicito, dichiarando chi paga e chi beneficia di ogni scelta.

La post-democrazia non è un destino, ma una tendenza da misurare e contrastare.

Il suo pericolo più profondo è l’assuefazione all’impotenza: cittadini che votano, commentano e si indignano senza più credere di poter cambiare la realtà.

La domanda decisiva, allora, non è se le nostre società siano democratiche, ma quanto potere democratico riescano effettivamente a produrre.

Roberto Rapaccini