Oltre il velo di novembre: la memoria, la terra e la Festa dei Morti

Con l’arrivo di novembre, le giornate si accorciano, la natura rallenta, spoglia i suoi rami e sembra ritirarsi in un silenzio profondo. Non è un caso che, proprio in questo momento dell’anno, quasi tutte le culture del mondo abbiano avvertito il bisogno di schiudere una porta e mettersi in ascolto: il passaggio dall’autunno all’inverno ha sempre rappresentato un momento liminare, una soglia in cui il confine tra il mondo dei vivi e quello di chi non c’è più si fa sottile e permeabile.

Sebbene oggi il periodo a cavallo tra ottobre e novembre abbia innegabili connotazioni commerciali e consumistiche, la tradizione che accomuna Halloween e la Festa dei Morti possiede una radice antropologica ben più profonda.

In origine, la commemorazione dei defunti non nasceva dalla paura, ma dall’esigenza di governare l’ignoto e di riaffermare la continuità della vita. Nelle civiltà contadine, il ricordo degli antenati era strettamente legato ai cicli della terra: i defunti non erano presenze da temere, ma custodi da accogliere e ringraziare per i frutti del raccolto.

Non è un caso che riti del genere siano presenti in Cina (dove si crede che alla fine dell’estate si spalanchi una porta sul mondo degli Inferi e si accendono lanterne sull’acqua e si allestiscono banchetti); in Messico (i famosi Los Dias de Los Muertos); nelle Filippine (la festa di Undas, che si tiene nella notte tra il primo e il due novembre e si passa nei cimiteri a pregare e cucinare insieme); in Europa del Nord (Alla Helgons Dag, il primo sabato di novembre, durante il quale i cimiteri si riempiono di migliaia di candele che si stagliano contro il buio dei boschi), e via dicendo.

Questa dimensione d’accoglienza si è tradotta storicamente in un linguaggio universale: il cibo. Nelle nostre comunità, la notte tra il primo e il due novembre porta con sé gesti antichi: l’illuminazione delle finestre con piccoli lumi, il ritrovo nelle case per raccontare aneddoti di famiglia e la preparazione delle immancabili Fave dei Morti.

Questi dolci prendono il nome dalle fave vere e proprie, che già in epoca romana erano considerate un legame simbolico con l’Oltretomba per via dello stelo cavo della pianta – che si credeva fosse un corridoio tra i due mondi – e delle macchie nere o violacee sui fiori bianchi.

In un’epoca come la nostra, frenetica e spesso incline a rimuovere il tema del limite e della perdita, riscoprire il significato antropologico di novembre può rivelarsi un gesto curativo.

Tra le mura di casa o lungo i viali dei cimiteri illuminati dalle candele, ci si scambiano ricordi e si riannodano i fili delle generazioni.

Ilaria Alleva