
Con la legge 138/1943 l’INAM, l’Ente Statale preposto alla copertura delle malattie, erogava l’indennità solo a partire dal quarto giorno: i primi tre giorni della malattia non erano quindi coperti dall’assicurazione pubblica.
Invece gli impiegati avevano diritto alla conservazione dello stipendio pagato direttamente dal datore di lavoro.
Ecco perché mio padre era andato al lavoro con 38,5 di febbre durante la nevicata del 1956: per non perdere tre giorni di paga!
E non c’era solo quella di porcata! Ce n’erano tante altre!
Le giuste lotte sindacali, in questi casi, portarono a cancellare questa norma e ad aggiungerne altre per tutelare la salute dei lavoratori.
Ma …c’è sempre un ma … qualcuno incominciò ad approfittare delle tutele ottenute, qualcuno non controllò e qualcun altro fece finta di non sapere.
C’era una partita molto importante della ternana la domenica e tu invece dovevi fare dalle due alle dieci alle acciaierie? Ti facevi fare un bel buono di malattia, andavi a vedere la partita e alle acciaierie ci andava qualcun altro.
Quando c’era un grande passo di selvaggina migratoria con tordi, tordi sasselli, fringuelli e cesene, le colline intorno Terni erano piene di cacciatori e tra questi non mancavano “malati immaginari” liberi dal lavoro per buono di malattia!
Tra le tutele ottenute un posto di rilievo era ricoperto dalle cure termali. Cure termali per le malattie respiratorie, per l’artrosi e per molte altre patologie.
Come funzionava tutto ciò?
C’era la solita noiosa trafila da fare: medico di famiglia o medico condotto, specialista della mutua di appartenenza, Inam, Enpas, Enpdep, mutua dei Commercianti, dei Coltivatori Diretti, ecc. che, riconosciuta la malattia, autorizzava a fare le cure termali.
Poi, sempre su apposito modulo, bisognava scegliere la località amena ove curarsi, il periodo (improrogabilmente estivo) e, ultimo ma non ultimo, la richiesta al datore di lavoro dei fatidici quattordici giorni retribuiti per effettuare le cure, da agganciare, perbacco, alle ferie.
In quel periodo ero un dipendente di una multinazionale farmaceutica e soffrivo di sinusite nel periodo invernale. Lo specialista dell’Inam, riconosciuta la malattia, mi consigliò di fare le cure termali a Riccione.
Mi informai se c’erano riunioni di lavoro nel mese di giugno, non c’erano, e allora programmai le ferie della mia famiglia per quel mese, agganciandoci i quattordici giorni in più per curarmi preventivamente la sinusite.
Mia moglie pure era libera dal lavoro e le due bambine piccole sarebbero state molto meglio al mare in quel periodo piuttosto che in luglio o in agosto.
Partimmo un lunedì mattina e appena arrivati a Riccione inviai una lettera cartacea al mio capo informandolo che ero in ferie e a fare pure le cure termali, richiedendo all’Azienda i quattordici giorni retribuiti per effettuare tali cure.
Al ritorno dal mare mi accorsi che il mio capo aveva preso male la mia decisione di andare in ferie senza averle richieste a lui che non me le avrebbe concesse.
Mi comunicò che la Direzione del Personale riteneva che il diritto ai quattordici giorni di cure valesse solo se la malattia era in atto e non se le cure erano preventive e quindi mi avevano tolti quattordici giorni dalle mie ferie.
Ci rimasi male e mi ripromisi di informarmi meglio a livello sindacale.
Non ce ne fu bisogno perché il Ministero della Sanità, visti i notevoli abusi perpetrati, decreta che a far data dal 15 agosto del corrente anno, non sarà più possibile fare cure preventive, usufruendo dei 14 giorni di assenza dal lavoro retribuita. Tali giorni saranno riconosciuti solo se le cure saranno effettuate a malattia in atto.
Quindi, avendo io usufruito dei 14 giorni nel mese di giugno prima del decreto, ero in regola con la richiesta fatta alla mia Azienda dei 14 giorni di assenza dal lavoro retribuita!
Impiegai diversi anni per vedere nel mio foglio stipendio la fatidica frase: Residuo ferie quattordici giorni.
E non finì lì: tutti i mesi il mio capo mi martellava che dovevo consumare quel residuo ferie e non trascinarmelo appresso, arrivando a dirmi che erano ferie vecchie quando il mio stipendio era basso e che se mi fossi dimesso, ora che il mio stipendio era molto più alto, l’Azienda Farmaceutica sarebbe stata costretta a sborsare molto più denaro.
E io a cercare di spiegare al manager che ogni anno quando andavo in ferie consumavo SEMPRE per prime le ferie vecchie e mi lasciavo sempre i 14 giorni di ferie fresche dell’anno in corso, come faceva mia nonna contadina con le uova delle galline e con la frutta dei campi.
Quel manager, indottrinato dall’Azienda, non era in grado di comprendere ciò che l’homo sapiens aveva capito in milioni di anni di evoluzione.
Vittorio Grechi







































