Proteste di piazza e crisi del Welfare

Nelle scorse settimane abbiamo assistito a importanti proteste di piazza in Francia e Spagna, Paesi attraversati da tensioni sociali e politiche che interessano anche il futuro dell’Unione Europea.

L’avanzata delle forze antieuropeiste potrebbe indebolire il progetto della casa comune europea, costruito sulla volontà di superare i nazionalismi e sulle opportunità di progresso economico e sociale offerte dal modello di «economia sociale di mercato», di cui il Welfare costituisce un pilastro democratico fondamentale.

Questo patrimonio rischia di essere compromesso anche dalla crescente difficoltà degli Stati nel rispondere a bisogni essenziali come casa, scuola e salute.

In Spagna, la «protesta delle chiavi» racconta le difficoltà di giovani e famiglie, anche del ceto medio, nell’acquistare un’abitazione o sostenere un affitto. La carenza di edilizia pubblica, la speculazione immobiliare e la diffusione degli affitti brevi contribuiscono all’aumento dei prezzi.

Preoccupa anche il fenomeno degli sfratti, che coinvolge migliaia di famiglie. La vicenda dell’anziana Maricarmen, divenuta simbolo della protesta, evidenzia le conseguenze sociali dell’emergenza abitativa.

In Francia, le tensioni sociali hanno riportato l’attenzione anche sulle criticità dell’istruzione pubblica, dove persistono disuguaglianze capaci di condizionare le opportunità formative e lavorative dei giovani.

Anche in Italia la precarietà della scuola alimenta il disagio studentesco, mentre nel settore sanitario emergono segnali di crescente difficoltà del Servizio Sanitario Nazionale.

Secondo alcune rilevazioni, sarebbero diversi milioni gli italiani che rinunciano o rinviano prestazioni sanitarie per le lunghe liste d’attesa e i costi.

Crescono i bisogni legati all’invecchiamento della popolazione, mentre la carenza di personale e il trasferimento di professionisti verso il privato o l’estero mettono sotto pressione le strutture pubbliche.

Anche la medicina generale incontra difficoltà, soprattutto nelle aree interne e periferiche. Il rischio è che l’accesso alle cure dipenda sempre più dal reddito e dal luogo di residenza.

Negli ultimi anni, l’inflazione avrebbe ridotto il valore reale delle risorse destinate alla sanità pubblica. Diverse analisi indicano la necessità di investimenti aggiuntivi per migliorare ospedali, medicina territoriale, personale e apparecchiature.

Parallelamente, la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie raggiunge, secondo alcune stime, diverse decine di miliardi di euro all’anno. Un onere che rischia di accentuare le disuguaglianze, indebolendo il principio di universalità delle cure.

La crisi del Welfare riapre dunque il dibattito sulla tassazione delle grandi ricchezze e delle rendite, secondo il principio costituzionale della progressività.

Alcune analisi sulla distribuzione patrimoniale evidenziano come una quota molto elevata della crescita della ricchezza degli ultimi quindici anni si sarebbe concentrata nelle fasce più abbienti, mentre i benefici per la popolazione meno ricca sarebbero stati decisamente inferiori.

Tra le proposte avanzate figura l’introduzione di contributi straordinari sui grandi patrimoni. Secondo alcune simulazioni, aliquote contenute applicate alle ricchezze più elevate potrebbero generare un gettito nell’ordine di diverse decine di miliardi annui.

Si tratta naturalmente di valutazioni teoriche, la cui effettiva realizzazione dipenderebbe dalle modalità applicative, dalla definizione della base imponibile e dalle possibili conseguenze economiche.

Ulteriori risorse potrebbero derivare da un contrasto più efficace all’evasione fiscale, fenomeno che continua a sottrarre importanti entrate alle finanze pubbliche.

La questione centrale resta dunque quella delle scelte politiche e della distribuzione del carico fiscale. Intervenire sulle grandi ricchezze e sulle rendite, senza penalizzare il lavoro, le imprese produttive e i redditi medio-bassi, potrebbe contribuire a rafforzare il Welfare.

Investire in sanità, scuola e politiche abitative significa ridurre le disuguaglianze e restituire fiducia nella democrazia, dimostrando che le istituzioni possono migliorare concretamente le condizioni di vita dei cittadini, oltre a garantirne la libertà.

Giacomo Porrazzini