Disobbedienti vs Big Tech

Negli articoli precedenti abbiamo a lungo parlato della progressiva diffusione e invadenza della Big Tech e soprattutto del suo prodotto più sofisticato che sta dilagando in modo esponenziale. Parliamo di AI/IA, di cui abbiamo evidenziato gli aspetti positivi, ma spesso anche i rischi che essa comporta a causa di una espansione incontrollata e soprattutto se finisce nelle mani sbagliate.

In questo articolo ci occuperemo proprio di quest’ultimo aspetto. Infatti negli USA e in altre nazioni, Italia compresa, stanno nascendo dei comitati di “disobbedienti” contro i datacenter e il loro strapotere.

Guardando le proteste in corso negli USA, in Italia per ora a livello regionale, viene spontaneo pensare al Movimento Luddista sviluppatosi in Inghilterra all’inizio del XIX secolo da parte di operai che distruggevano le macchine sempre più diffuse dopo la scoperta dell’energia-vapore in difesa dei loro salari e del loro posto di lavoro.

Indubbiamente a distanza di quasi due secoli le cose sono cambiate, non c’è violenza per ora nei vari movimenti che protestano contro la proliferazione di grandi strutture energivore piene di computer necessarie allo sviluppo di servizi di AI. Tuttavia tale parallelismo storico risulta però calzante ed è stato rimarcato recentemente dal prof. Arvind Narayan Università di Princeton in un saggio critico “AI Snake Oil.”

Così si esprime Enrico Duranti che ha lanciato uno dei primi movimenti italiani. Ora questa tecno-resistenza sta acquistando forza, specie negli USA, nelle comunità locali dove in alcuni casi sono stati bloccati dei progetti.

“Entro settembre formeremo un primo comitato regionale che raggruppa 15 movimenti regionali lombardi e presto verrà organizzata la prima manifestazione nazionale!” dice Duranti.

In Italia a Trevigliano (BS) la Provincia ha congelato l’allacciamento elettrico del datacenter.

Si tratta però di vittorie parziali, la crescita è comunque impressionante. Il mercato italiano di queste fabbriche di dati passerà da 7.5 miliardi di dollari nel 2025 a 8,5 miliardi nel 2026, fino a 15 mil. nel 2031!!! Il Governo e parte dell’opposizione guardano tali progetti con favore come stimolo alla crescita dell’economia italiana.

Le proteste nascono dal fatto che questi progetti si sviluppano di nascosto e con poca trasparenza sugli impatti.

Peter Schmidt attivista americano fondatore di un movimento civico di resistenza contro un business model che negli ultimi anni ha fatto miliardi catturando l’attenzione umana così si esprime: “Siamo un movimento politico perché le big tech stanno distruggendo e sfruttando l’attenzione collettiva.”

La trasparenza dei progetti è requisito essenziale per costruire un confronto democratico sui territori e un consenso sociale adeguato. Bisogna sviluppare una AI più trasparente ed evitare il furto dell’attenzione, mettendo paletti sullo strapotere digitale ed evitando che esso finisca nelle mani di pochi che ne monopolizzano il controllo.

L’evoluzione tecnologica è troppo veloce, di conseguenza la società fatica ad assimilarla in modo corretto.

Resistere alla tecnologia non significa rifiutarla, significa invece avere un approccio vigile e critico verso di essa.

Non a caso tra i giovani sta crescendo negli USA, secondo alcuni sondaggi, una certa diffidenza verso AI. Se fosse così, sarebbe la prima volta che la nuova generazione guardi con sospetto la nuova tecnologia.

Infatti grandi ricercatori e perfino alcuni dirigenti della Big Tech hanno più volte messo in guardia dal rapido sviluppo di AI che può provocare rischi notevoli sul lavoro o sulla sicurezza delle nazioni. Anche Bill Gates si è espresso in tal senso nell’agosto scorso.

Questa estate un pull di eminenti scienziati, politici, economisti ha firmato una lettera in cui si proponeva un accordo internazionale per il rallentamento dello sviluppo.

Purtroppo il problema è che la politica al momento resta prigioniera della corsa al progresso.

Pesano anche la competizione economica e militare con la Cina che sulla intelligenza artificiale procede spedita. Anche i vari conflitti sparsi in varie aree strategiche tipo Ucraina, Palestina, Iran ecc.… non aiutano di certo.

Purtroppo ragionando in modo realistico è assai improbabile che il Typhoon con la sua arroganza provocatoria o lo Zar moscovita con la sua politica aggressiva e violenta o ancora il Grande cinese con la sua calma apparente sorniona siano disposti a rinunciare allo sviluppo della Big Tech.


Pierluigi Seri