La strage dei Cittadini ad opera dei Banderari – Terni, 1564

A metà del XVI secolo a Terni, città dello Stato Pontificio, si registrava una forte contrapposizione per il predominio sulle istituzioni comunali tra la fazione dei nobili, detti Cittadini, e quella dei Banderari, ovvero i borghesi più facoltosi ma privi di un lignaggio paragonabile a quello dell’antico patriziato decurionale.

In particolare, il Consiglio di Credenza, assemblea a metà per attribuzioni tra il collegio dei sei Priori, organo esecutivo, ed il Consiglio Generale, assemblea rappresentativa, constava di un numero uguale di componenti per ciascuno dei due partiti, ciò in base alle disposizioni dello Statuto.

Nel 1562, tuttavia, per intervento del governo centrale, chiamato ad occuparsi delle discordie presenti, furono limitate le deliberazioni consiliari aperte anche ai non aristocratici, il cui risentimento raggiunse presto livelli di guardia.

In tale quadro di massima tensione nella classe dirigente urbana, nel mese di agosto del 1564 si consumò un terribile fatto di sangue: un gruppo di Banderari, composto da Girolamo e Matteo Di Fiora, Fulvio e Mariano di Maestro, Giovanni Battista Surressi, Falcitto e Lodovico Falcitti e Lattanzio e Lanciotto Grassi, nottetempo scavalcò le mura cittadine e, armato ed accompagnato da banditi, entrò nelle residenze di alcune fra le principali famiglie nobili ternane, compiendo un vero e proprio eccidio.

Tra le vittime si registrarono Caraciotto Ranieri, locale gerente della Camera Apostolica, i sei figli di questi, Angelo Manassei e suo figlio, Sidonio Gigli, due nipoti dello stesso, Sisto Mazzancolli e svariati suoi figli e parenti; inoltre, gli omicidi furono accompagnati dal furto di beni e documenti sia privati che pubblici, viste le cariche ricoperte dalle persone uccise.

La reazione della corte pontificia fu proporzionale all’efferatezza dei crimini commessi: con Breve del 30 agosto 1564 il Pontefice Pio IV nominò Monsignor Monte dei Valenti da Trevi governatore di Terni e commissario con pieni poteri processuali inquisitori, istruttori e giudicanti, sospendendo altresì qualsiasi regolamento e concessione sovrana potesse risultare in contrasto con l’autorità pressoché assoluta di tale prelato; quest’ultimo risultò un magistrato rigoroso e condannò a morte tutti i rei dei delitti compiuti.

Sia la severità del Valenti, declinata anche in pubbliche censure di una responsabilità che riteneva moralmente estesa all’intera città, sia gli elevati costi in capo al Comune per mantenere l’apparato di magistrati e uomini d’arme che egli aveva portato con sé, determinarono una pessima memoria presso i ternani dell’operato dello stesso.

Invero, nel corso dei decenni, sarebbero state prodotte testimonianze scritte di fatti non altrimenti confermati, quali condanne a morte arbitrarie comminate per la sola critica verbale verso il governatore e l’ostensione dal balcone del palazzo municipale delle teste mozzate dei condannati.

Infine, il Valenti emanò un nuovo Statuto comunale, che sostituì i precedenti, superando ogni manifestazione istituzionale della distinzione tra i ceti aristocratici e popolari, al fine di eliminare le ragioni storiche della discordia prodromica dell’eccidio del 1564.

Il Consiglio di Credenza e l’ordine dei Banderari furono sostituiti da un unico Consiglio dei Pacifici, costituito da 48 membri con mandato biennale, estratti a sorte dal Consiglio Generale, al pari dei quattro Priori, con mandato bimensile.

A dispetto delle dure condanne comminate agli autori materiali dei reati, tale riforma riconosceva pari dignità istituzionale alla classe borghese, che otteneva così una chiara vittoria politica da un governo pontificio consapevole del ruolo sempre più centrale ricoperto dai ceti emergenti nelle città del proprio Stato.

Francesco Neri