
Dopo alcuni anni di lavoro in una multinazionale farmaceutica americana come informatore scientifico del farmaco [in sigla ISF, ma per l’Azienda Uomo-Vendite] fui informato, insieme ad altri colleghi, che avevamo meritato un viaggio premio negli USA.
Come accompagnatore ci toccò un dirigente fiorentino che parlava un fluente inglese e ci avrebbe fatto visitare la sede principale dell’Azienda, il centro ricerche e ci avrebbe fatto conoscere da vicino alcuni aspetti degli Stati Uniti e dei suoi abitanti.
Partimmo dall’Italia nel mese di giugno, ed era già abbastanza caldo ma quando arrivammo a New York trovammo all’aeroporto persone imbacuccate perché, ci dissero, era arrivata un’onda fredda dal nord.
Visitammo la città in parte col traghetto e in parte con un pulmino, salimmo all’ultimo piano delle Torri Gemelle e sul grattacielo più alto da dove vedere le auto così piccole faceva uno strano effetto.
Un jet aziendale venne a prenderci per portarci nello Stato dove la nostra Azienda era nata e dove produceva farmaci che esportava in tutto il mondo.
Appena scesi dall’aereo ci fu dato un libretto informativo con numeri di telefono di medici specialisti, indirizzi e orari di luoghi dove si tenevano varie funzioni religiose, dove poter prendere un’auto a noleggio e tante altre informazioni utili per il turista visitatore.
Quando fu il tempo, entrammo in Azienda e notammo subito che un dipendente era al lavoro con un braccio ingessato, un altro con una stampella a causa di una gamba malata e chiedemmo, tramite il nostro dirigente-accompagnatore, informazioni in proposito.
Ci fu detto che era una scelta del dipendente: se riteneva di poter svolgere il suo lavoro, d’accordo col suo capo, era libero di farlo. Allo stesso modo ci dissero che era libero l’orario di entrata e uscita dal lavoro, purché ci fosse stato accordo col collega che si andava a sostituire e ai propri e altrui capi.
Altra cosa sorprendente era che i ricercatori pagati per ricercare farmaci in un settore aziendale ben preciso erano anche liberi per un certo tempo al giorno di occuparsi di una ricerca diversa alla quale si sentivano più attratti.
Nell’ospedale cittadino della città grande più o meno come Terni rimanemmo stupiti nel vedere che i farmaci dalla farmacia interna arrivavano ai reparti trasportati da piccoli robot a quattro ruote che si muovevano sulla moquette seguendo indicazioni trasmesse da fili elettrici nascosti proprio sotto la moquette.
Ci stupimmo anche perché il racconto si riferisce a parecchi anni fa.
Con il jet aziendale sorvolammo paesi e città e anche le Cascate del Niagara per poi atterrare a Chicago. In questa magnifica città c’era un bar che faceva il caffè all’italiana e lo gustammo con molto piacere.
Cena in Hotel e il giorno dopo pranzo previsto al Magnificent Mile su un ristorante al novantesimo piano circa. Arrivammo sul posto in taxi e il maître in divisa elegante ci aspettava davanti all’ingresso del grattacielo a piano terra.
Il nostro capo fiorentino ci mandò avanti tenendosi alla retroguardia. Io e i miei colleghi entravamo ma quando fu la volta del dirigente il maître non lo fece entrare.
A domanda del dirigente che pensava a uno scherzo, il maître rispose seriamente che con la giacca e i jeans non si poteva entrare nel ristorante.
Allora il dirigente indicando il sottoscritto che era stato fatto entrare vestito con un paio di jeans, camicia e un gilet, disse in perfetto inglese: e lui perché lo ha fatto entrare? E il maître altrettanto chiaro disse: Perché lui è vestito casual!
Il nostro dirigente provò a dire che i jeans che indossava erano stati fabbricati a Firenze e costavano un occhio ma non ci fu verso; fu costretto a chiamare un taxi, tornare in albergo per togliersi i jeans e mettersi pantaloni eleganti per poter entrare in quel ristorante.
Capirete tutti che era incavolato nero: lui, dirigente di una multinazionale, umiliato da un capo di camerieri!
Incominciammo con gli antipasti poi io ordinai una bistecca e un contorno di insalata condita all’italiana. Mi portarono l’insalata, la condì come si deve e aspettai che mi portassero la bistecca.
Dopo un po’ passò un cameriere e fece il tentativo di portarmi via l’insalata. Non so come feci a fermarlo col mio inglese scadente! Mi spiegarono poi che avrei dovuto mangiare l’insalata in attesa della carne!
Almeno in questo caso molto meglio l’Italia! E allora viva l’Italia!!!
Vittorio Grechi






































