L’era dell’amnesia digitale: alla ricerca dei “Lost Media”

Quello che si mette su internet resta lì per sempre. Spesso ci si sente ripetere questo mantra, in particolare quando condividiamo alcuni dati personali. Ma nemmeno la rete è un archivio infallibile: nell’epoca in cui produciamo la maggior quantità di informazioni della storia umana, stiamo paradossalmente affrontando una delle più silenziose crisi di conservazione della memoria. È il fenomeno dei “Lost Media”, frammenti di cultura pop, opere editoriali, trasmissioni televisive e contenuti web letteralmente svaniti nel nulla.

La paura di perdere il sapere non è una novità per chi ha dimestichezza con la storia del pensiero e dell’editoria. Se nel mondo antico il trauma collettivo per eccellenza era rappresentato dall’incendio della Biblioteca di Alessandria, oggi il nemico è invisibile e si chiama link rot (la marcescenza dei link) o semplice obsolescenza tecnologica.

Secondo un recente studio del 2024 pubblicato dal Pew Research Center, ben il 38% delle pagine web esistenti nel 2013 non è più accessibile oggi. Interi archivi, prime edizioni digitali, riviste indipendenti e videogiochi primordiali sono stati spazzati via dallo spegnimento di un server o dal fallimento di una piattaforma commerciale.

I Lost Media, tuttavia, non riguardano solo i meandri oscuri del web. Colpiscono capolavori riconosciuti e opere di massa. Un caso celebre nella storia del cinema è quello del secondo film di Alfred Hitchcock, The Mountain Eagle (1926), di cui non esiste più alcuna copia conosciuta.

Ma guardando all’intrattenimento contemporaneo, il problema è altrettanto grave: interi episodi di serie televisive vengono rimossi dalle piattaforme di streaming per questioni di diritti, o edizioni e-book vengono ritirate dal mercato senza che ne resti una matrice digitale consultabile per i ricercatori.

Lo stesso regista Mike Flanagan ha abbandonato Netflix, tra le altre cose, perché il colosso dello streaming non gli permetteva di poter conservare le proprie opere in dvd. La prima stagione di The Terror prodotta da Ridley Scott (e tratta dal romanzo di Dan Simmons La scomparsa dell’Erebus) su Amazon Italia è inaccessibile da anni.

A contrastare questa potenziale età oscura post web ci sono oggi sforzi titanici di conservazione. Da un lato operano enti monumentali come l’Internet Archive, che con la sua Wayback Machine ha salvato e catalogato oltre 860 miliardi di pagine web dal 1996 a oggi, fungendo da argine contro l’oblio, come spesso ribadito dal suo fondatore Brewster Kahle nei suoi appelli per la democratizzazione della conoscenza.

Dall’altro lato, è nata una vera e propria sottocultura di archivisti amatoriali. Community attivissime come il Lost Media Wiki dedicano migliaia di ore a rintracciare vecchi nastri VHS, codici sorgente perduti o libri fuori catalogo. Sono mossi da una dedizione ostinata, un senso del dovere che ricorda da vicino quello dei monaci amanuensi che ricopiavano i testi per salvarli dalle invasioni.

Conservare non significa semplicemente accumulare, ma garantire che la storia, anche la più piccola, non venga cancellata da fredde logiche di mercato o da miopie tecnologiche. Quando un’opera scompare, non perdiamo solo un file, ma una testimonianza irripetibile del nostro tempo.

Forse, la vera sfida culturale di domani non sarà creare nuovi contenuti, ma riuscire a salvare quelli che abbiamo già prodotto, prima che lo schermo diventi nero per sempre.

Ilaria Alleva