IL PESO DELLE PAROLE: IL CONFINE TRA ABITUDINE E PREGIUDIZIO

Quante volte capita di sentire parole come “handicappato”, “ritardato”, “mongoloide” utilizzate per prendere in giro qualcuno, commentare un comportamento o sottolineare un errore? Probabilmente molto più spesso di quando si immagini.

Sono espressioni entrate nel linguaggio quotidiano di molte persone, pronunciate con una leggerezza tale da sembrare, ormai, dei semplici modi di dire. L’utilizzo di queste parole ha attraversato le generazioni, infatti non rientrano esclusivamente nel gergo giovanile, ma capita di ascoltarle anche da persone adulte, in ogni ambito di conversazione.

Ma perché proprio queste parole vengono utilizzate per indicare qualcosa di negativo?

Una possibile spiegazione è l’abitudine. Si tratta di espressioni ascoltate e ripetute così tante volte da non prestare più attenzione al loro significato.

Il problema, però, non riguarda soltanto il fatto che una persona con disabilità possa sentirsi ferita ascoltando queste parole. Quando un termine legato alla disabilità viene utilizzato per descrivere qualcuno considerato stupido, incapace o ridicolo, si finisce per associare, anche involontariamente, la disabilità a quelle stesse caratteristiche.

Basti pensare a espressioni come «Ma mica è handicappato!», pronunciate spesso con un tono di scherno o di disprezzo, quasi come se la disabilità fosse qualcosa di talmente negativo da rappresentare un’offesa.

In questi casi non è soltanto la parola utilizzata a far riflettere, ma soprattutto il modo in cui viene detta. Sembra quasi che essere una persona con disabilità sia qualcosa di cui vergognarsi, una condizione da cui prendere le distanze.

Ed è proprio questo atteggiamento a preoccupare: il fatto che la disabilità venga considerata, anche attraverso semplici espressioni quotidiane, qualcosa di inferiore o per cui imbarazzarsi.

Quando un modo di parlare diventa così comune, il rischio è che anche l’idea che lo accompagna venga accettata senza essere messa in discussione. E questo può influenzare la considerazione che la società ha delle persone con disabilità.

Da una parte si parla sempre più spesso di inclusione, rispetto e pari opportunità. Dall’altra, però, la disabilità continua a essere usata per prendere in giro o sminuire qualcuno.

È una contraddizione**: il rispetto riguarda anche il modo in cui si parla delle persone quando non sono presenti**.

Si pensi a un bambino che sente ripetere queste espressioni dagli adulti. Se una parola legata alla disabilità viene sempre associata a qualcosa di ridicolo o sbagliato, quale idea potrebbe farsi delle persone con disabilità?

Non si tratta di vietare parole. Si tratta di considerare il significato di ciò che si dice e l’effetto che può avere sugli altri.

La disabilità non è sinonimo di stupidità o inferiorità, e non dovrebbe essere utilizzata come tale.

Forse il cambiamento può cominciare proprio dalle conversazioni di ogni giorno: dal riconoscere che certe parole non sono semplici modi di dire.

Possono contribuire a mantenere viva un’immagine delle persone con disabilità che non rende giustizia a ciò che sono.

Elisa Romanelli