
Ci sono mostre che occupano uno spazio e altre che riescono a trasformarlo, facendone emergere memorie e significati inattesi. È in questa seconda dimensione che si muove CAU – Cantiere di Arti Urbane, protagonista a Terni di un nuovo capitolo di Tempus Vitae, progetto che mette in dialogo linguaggi contemporanei, luoghi e sensibilità attraverso il Festival Diffuso.
Tra le sale storiche di Palazzo Carrara e gli ambienti di Mintaka Studio, due esposizioni affrontano, attraverso percorsi differenti, una questione comune: l’identità, la memoria e il mistero dell’esistenza.
A Palazzo Carrara, in Vico Sant’Agape 1 a Terni, dal 26 settembre al 17 ottobre 2026, Giancarlo Galeotti ha presentato Questo mio nome non mi è nuovo, a cura di Sandro Petri e Franco Profili.
Al Mintaka Studio, in Via del Plebiscito 5/7 a Terni, dal 17 ottobre al 7 novembre 2026, Sipari 26 di Laura Priami, curata da Domenico Cialfi e Franco Profili, esplora invece le radici e la possibilità di una rinascita interiore attraverso la fotografia. La mostra è visitabile dal giovedì al sabato, dalle ore 17:00 alle 19:30.
Scultore, incisore e architetto originario di Massa Marittima, Galeotti sviluppa una ricerca personale, lontana dalle logiche del mercato e guidata da un’urgenza interiore. Figure in terracotta, disegni, incisioni e tecniche miste su carta conservano fratture, irregolarità e stratificazioni, tracce di un confronto diretto tra materia, corpo e pensiero. Le superfici non cercano una perfezione levigata, ma restituiscono forme vive e vulnerabili, attraversate dalla tensione del gesto creativo.
Il titolo Questo mio nome non mi è nuovo introduce una riflessione sull’identità e sull’autonomia delle creature nate dall’immaginazione. I curatori richiamano Fernando Pessoa e i suoi eteronimi, personalità dotate di una propria esistenza, individuando nelle opere di Galeotti delle «Eteranime»: presenze che, una volta create, sembrano acquisire un’interiorità indipendente dal loro autore.
La figura umana diventa così un territorio di indagine sul mistero dell’essere, tra anima, memoria, tradizione e alterità.
La mostra dialoga inoltre con la sala seicentesca di Palazzo Carrara, affrescata da Girolamo Troppa con le storie di Apollo e Dafne. Le sculture contemporanee entrano in relazione con le immagini storiche, attivando nuove letture senza cancellare la memoria del luogo. Ne nasce un incontro tra passato e presente che conferma la coerenza di una ricerca artistica appartata, capace di dare forma a ciò che sfugge a ogni definizione.
Al Mintaka Studio, Sipari 26 sposta l’attenzione dalla materia plasmata a quella osservata e restituita attraverso la fotografia. Le terre senesi, con le loro ondulazioni, i solchi e le geometrie naturali, diventano molto più di un paesaggio: sono superfici da attraversare con lo sguardo, nelle quali riconoscere i segni della pelle, della memoria e dell’esperienza vissuta.
Le immagini, simili ad affreschi strappati alla terra e trasferiti sulla carta, si allontanano dalla rappresentazione naturalistica per assumere una dimensione quasi astratta, invitando a scoprire ciò che si nasconde dietro l’apparenza.
Franco Profili interpreta il progetto come un omaggio alla terra delle origini e, insieme, come il racconto di una risalita: un processo di individuazione in cui la conoscenza di sé diventa premessa per conquistare la libertà interiore e scegliere una nuova direzione.
Domenica Giaco sottolinea la profondità autobiografica e poetica del lavoro, riconoscendo una corrispondenza tra Laura Priami e la terra che fotografa: entrambe forti e generose, solari, ma capaci di silenzi e profondità.
Il ritratto è quello di una donna sincera, empatica e appassionata, insofferente alle costrizioni, capace di cogliere con uno sguardo coraggioso anche il dettaglio minimo e ciò che resta invisibile. Fotografare diventa così un modo di sentire e comprendere il mondo, ma anche di trovare il coraggio di spiccare il volo verso un altrove.
Domenico Cialfi riconosce nella fotografia di Priami uno stile asciutto ed essenziale, sostenuto da un preciso ordine concettuale e lontano da ogni compiacimento estetico. Le immagini lasciano parlare segni e forme, mantenendo una distanza critica che non esclude la partecipazione emotiva.
È uno sguardo animato da quello che il curatore definisce uno «stupefatto rispetto» verso il mondo: la capacità di osservare la realtà senza imporle significati precostituiti.
Pur attraverso linguaggi diversi, le due mostre condividono la capacità di trasformare l’esperienza personale in una riflessione universale. Se Galeotti cerca nella materia una forma capace di custodire il mistero dell’identità, Priami ritrova nel paesaggio le tracce di un’appartenenza da cui ripartire.
In entrambi i casi, l’arte diventa uno spazio di conoscenza e trasformazione, in cui la memoria non trattiene, ma accompagna verso nuove possibilità di esistenza.
Elena Cecconelli







































