
Ci sono cose che replichiamo “da sempre”, come il pranzo della domenica, il vestito bianco della sposa, il panettone a Natale, il corteo storico con tamburi, stendardi e persone che per qualche giorno accettano volontariamente di indossare calzamaglie medievali.
Tradizione, e già la parola basta a mettere tutti d’accordo e se è tradizione, deve essere antica. Peccato che spesso non sia affatto così, perché in realtà molte tradizioni che immaginiamo nate nella notte dei tempi sono in realtà piuttosto “giovani”, o recuperate dopo secoli di oblio, o infiocchettate e riproposte in una forma completamente nuova.
Nel 1983, gli storici Eric Hobsbawm e Terence Ranger hanno reso celebre l’espressione “invenzione della tradizione” proprio per descrivere questo fenomeno: pratiche relativamente recenti che, grazie alla ripetizione e a un certo talento nel raccontarsi, finiscono per sembrare antiche.
Ma attenzione, “inventata” non significa necessariamente “finta”. Anche perché ogni tradizione deve pur essere cominciata da qualche parte.
Prendiamo la classica ricetta di famiglia, proprio quella che “faceva sempre la nonna”, che a sua volta aveva imparato dalla bisnonna e che quindi, di minimo risale a prima dell’unificazione dell’Italia, beh, poi magari si scopre che la bisnonna aveva copiato la ricetta da una rivista negli anni Cinquanta.
Ma questo ultimo fatto è assolutamente irrilevante, perché dopo tre generazioni è diventata effettivamente patrimonio immateriale della famiglia e guai a cambiare anche solo un grammo di uno qualunque degli ingredienti!
È questo il vero superpotere delle tradizioni: cancellare in qualche modo la propria data di nascita, dopo un certo numero di ripetizioni non ci chiediamo più quando qualcosa sia iniziato. Diciamo semplicemente: “Si è sempre fatto così”.
In Italia siamo dei maestri in tutto questo. Basta passeggiare in estate per trovare borghi impegnati in rievocazioni medievali, giostre cavalleresche, processioni, feste rinascimentali e cene “come una volta”.
Alcune hanno davvero origini antiche, altre sono state ripristinate negli anni Cinquanta o Sessanta, spesso anche per valorizzare il territorio o attirare visitatori.
Ma dopo sessant’anni di bandiere, tamburi e figuranti sudati che indossano pesanti e vistosi costumi di velluto riccamente bordati di ermellino… ad agosto, è davvero così importante stabilire se una festa sia nata nel 1450 o nel 1950?
A un certo punto la comunità tutta se ne è appropriata, la aspetta, la prepara, la racconta ai bambini e la tradizione diventa reale proprio perché viene vissuta come tale.
La cosa più divertente, però, è che continuiamo a inventare tradizioni anche adesso, solo che sul momento non ce ne accorgiamo: la foto del primo giorno di scuola davanti alla porta di casa, la cena annuale con gli amici, la canzone che mettiamo ogni Natale, il selfie nello stesso punto ogni anniversario e molte altre.
Il meccanismo è semplicissimo, la prima volta qualcuno propone qualcosa, la seconda volta si rifà magari per scherzo, la terza volta qualcuno domanda: “Lo facciamo anche quest’anno?”, alla quarta, se provi a saltarlo, partono i fischi.
Congratulazioni: avete appena creato una tradizione.
E forse è proprio questo l’aspetto più interessante, le tradizioni non sono solo “cimeli” arrivati intatti dal passato, sono cose che scegliamo di ripetere.
A volte perché ci ricordano chi siamo, a volte perché ci fanno stare insieme, altre volte perché sono divertenti e nessuno ricorda più perché abbiamo iniziato.
Tra cent’anni qualche storico potrebbe studiare le strane usanze del XXI secolo e spiegare con tono serissimo che esisteva un antico rituale consistente nel fotografare il proprio piatto prima di gustarlo, e qualcuno, leggendo, dirà: “Che bella tradizione”.
Senza sapere che tutto era cominciato semplicemente perché in quel momento avevamo il telefono in mano.
Alessia Melasecche






































