La benedizione dalla Torre Barbarasa contro la peste del 1657

A partire dal 1655 una violenta pandemia colpì la popolazione europea, per effetto di un agente patogeno simile a quello già responsabile del contagio del 1630, celebre per la descrizione di Manzoni ne I promessi sposi; tale nuova pestilenza, originatasi in Spagna, si espanse successivamente alla Sardegna e, nel febbraio del 1656, raggiunse infine l’Italia continentale, veicolata da una nave attraccata al porto di Civitavecchia. Napoli fu il primo centro di grandi dimensioni in cui si registrarono casi massici di contagio, la cui notizia non tardò a diffondersi nel resto della penisola, compresa l’allora piccola cittadina pontificia che era Terni.

A titolo precauzionale, le autorità municipali disposero ben presto la sorveglianza dei varchi di porta romana e di porta spoletina da parte di un contingente di 12 incaricati, al fine di impedire l’ingresso di persone sospette malate; altresì, furono decisi l’istituzione di un lazzaretto presso il convento francescano delle Grazie ed un complesso di misure restrittive di pratiche quale il vagabondaggio e la richiesta di elemosina, oltre che la chiusura di osterie ed altri luoghi aperti ai forestieri, incluse le stazioni di posta.

Nonostante tali accorgimenti e quelli similari osservati dalle vicine realtà, nel primo autunno del 1656 la pandemia colpì il territorio reatino e nella primavera del successivo anno risultava ormai diffusa anche presso la popolazione ternana, con una particolare concentrazione di casi nei pressi della Cattedrale: aperto un nuovo ospedale d’emergenza nelle prossimità della chiesa di San Francesco, i magistrati locali imposero l’isolamento domiciliare degli affetti e vietarono di camminare in gruppo nelle pubbliche vie in numero superiore a due. In quei mesi la città risultava pertanto desolata, le sue vie erano quasi del tutto deserte e i tanti cadaveri esito del morbo erano sepolti in grandi fosse comuni vicine al Nera, oltre ponte romano.

In un estremo tentativo di ottenere la salvezza di Terni da quella situazione di crisi sanitaria, il 21 giugno del 1657 il Vescovo Sebastiano Gentili, nello scenario surreale di una città che sembrava abbandonata, salì fino alla sommità della torre dei Barbarasa, in via Roma, e da lì benedisse la popolazione con l’ausilio della reliquia del Preziosissimo Sangue, recente dono al Capitolo del suo predecessore nell’episcopato, il Cardinale Angelo Rapaccioli.

Terminata la pandemia nel corso del successivo 1658, tale evento fu commemorato tramite l’apposizione sulla stessa torre di un’iscrizione ancora leggibile, segno concreto del valore di quel rito religioso quale simbolo di incoraggiamento e di speranza per una comunità ridotta al limite della propria capacità di sopportazione morale e materiale.

Francesco Neri