
Un’origine tra racconto popolare e tradizione
Si diceva che il Professor Brunoro La Frullura (vedi articolo: Il famoso psichiatra, pubblicato sulla rivista La Pagina nel marzo 2012) fosse nato in un paesino di montagna da una famiglia dove l’unica cosa che abbondava era l’indigenza.
Il cognome La Frullura, sempre a sentire i bene informati che sanno sempre tutto e se non lo sanno se lo inventano, sembrava derivare da un soprannome che qualcuno del posto aveva appioppato a un suo antenato.
Il trovatello cresciuto dai frati
Questo antenato del Prof., nonno o bisnonno che fosse, era stato trovato – dai frati di un vicino e famoso eremo – avvolto negli stracci davanti al portone della chiesa.
I frati allevarono il trovatello nel migliore dei modi allora consentiti dal periodo storico (e dalle loro capacità) e il bambino cresceva come tutti i bambini di quel tempo.
Un ragazzo velocissimo: “come una frullura”
C’era però un aspetto che lo distingueva dagli altri suoi coetanei: la velocità.
Tutti i ragazzini erano svelti ad arrampicarsi su un ciliegio per rubare ai frati gli invitanti frutti ma questo piccolo Brunoro – lo avevano chiamato così per i capelli color vino bianco cotto – era come un fulmine! In men che non si dica arrivava sulla cima più alta della pianta e con il suo peso riusciva a piegarla quel tanto che bastava per strappare a morsi le ciliegie più mature, senza far rompere il ramo.
Appena sentiva i frati che gridavano impauriti temendo che il ramo si spezzasse (e anche per salvare un po’ di ciliegie delle quali erano particolarmente golosi), scivolava giù come uno scoiattolo e spariva nel campo di fave che erano più alte di lui.
Insomma, era una saetta, una folgore, sempre in movimento, sempre sgattaiolando fra le siepi e le tonache dei frati che tentavano inutilmente di prenderlo o di raggiungerlo!
E così qualcuno gli affibbiò questo nomignolo: la frullura.
Il significato del termine “frullura”
Sembra, sempre secondo i soliti bene informati, che con questo termine i boscaioli, i pastori e i contadini del luogo chiamassero una particolare situazione che si verificava quando un fuoco, consumate tutte le legna visibili, giaceva silenzioso ammantando di finissima cenere l’ultimo tizzone nascosto.
All’improvviso un ricciolo di cenere si alzava di qualche centimetro sopra la grigia coltre, rimaneva per una frazione di secondo come sospeso per aria, poi si dissolveva rapidamente così come si era formato!
Questo fenomeno, dovuto forse a un refolo di aria fredda che scivolando sulla cenere si “invorticava” con la colonna di aria calda che saliva, o forse a una emissione di gas caldi da parte del tizzone sepolto, durava pochissimo.
Poteva ripetersi più volte, però ciascuna volta era come un soffio, un attimo, poi più nulla: la frullura!
Un soprannome diventato cognome
In pratica si trattava di una mini-mini tromba d’aria, una spece di mulinello, come quelle che appaiono, a volte, d’estate su una strada bianca polverosa arroventata dai raggi implacabili del solleone: la frullura.
Questo nomignolo onomatopeico veniva usato per indicare qualcuno o qualcosa che si muoveva velocissimo! “Ho vistu ‘nu sgojattulu che zompàva da lu pinu a la cerqua come ‘na frullura” (Ho visto uno scoiattolo saltare dal pino alla quercia come una frullura).
In quel tempo era molto facile che un soprannome, un nomignolo o uno sberleffo particolarmente azzeccato diventasse poi il cognome vero e proprio, quando un ufficio anagrafe, pontificio o sabaudo che fosse, iniziando a funzionare, lo trascriveva nero su bianco, dando il crisma dell’ufficialità alla voce del popolo.
E così accadde.
Vittorio Grechi














































