
Un modello che mette in discussione l’impresa tradizionale
Domanda: Serve un team per lanciare un’azienda? La risposta scontata è sì. Da sempre funziona così. Un fondatore, dei soci che scrivono codici, parlano con i clienti e tutti giù a lavorare fino a notte fonda per mandare avanti la baracca. Tuttavia da quando ha fatto irruzione nel mondo tech AI/IA, quel sì non è più tanto scontato grazie a quello che si chiama in termini tecnici Zero human startup ovvero l’idea che l’impresa possa nascere, operare e crescere con un intervento umano ridotto al minimo…non proprio a zero ma quasi, al punto da farci ripensare su parecchie cose che credevamo scontate.
Cosa può fare oggi l’intelligenza artificiale
Per maggior chiarezza partiamo da un dato di fatto: AI oggi sa scrivere codici, elaborare contenuti, organizzare campagne di marketing, analizzare dati in autonomia. Tutti questi pezzi non sono più semplici strumenti, ma qualcosa che somiglia ad una azienda vera e propria.
Non è più romanzesca fantascienza, ma esiste un progetto chiamato Polsia che si presenta come AI co-founder in grado di pianificare, programmare e fare marketing h 24. Con il vantaggio che AI, come abbiamo detto in altri articoli, non si stanca, non dorme, non ha sentimenti, passioni come gli umani.
Il nuovo ruolo dell’essere umano
In tal sistema l’umano, pur ridotto di numero, non sparisce, ma cambia posizione. Non è più dentro la macchina a “azionare le leve”, ma fuori a dirigere e a intervenire se ci sono complicazioni. È ovvio che un tale sistema abbatte i costi di gestione e accelera i tempi di esecuzione.
Esiste già un ecosistema che rende questo scenario credibile. Pensiamo a Spiegamelo Facile, le Newsletter, partite Iva adoperate da centinaia di piccoli imprenditori. Non si tratta proprio di zero human startup, ma il clima in cui prosperano è quello. È un mondo in cui, grazie ad essa, la ricerca delle fonti, la sintesi, la distribuzione dei contenuti possono diventare automatici e scalabili.
Il passaggio da tecnico a culturale
A questo punto però il discorso si complica perchè da tecnico diviene culturale. Abbiamo per anni misurato il valore di una azienda dalla qualità del suo team, dal numero delle teste brillanti che le dirigevano. Ora ci dobbiamo domandare: quante di quelle teste servivano? Erano forse realtà standardizzabili e inscatolabili dentro un programma? Risposta: parecchie!
I limiti dell’automazione
Ma attenti ai facili entusiasmi. Un sistema automatico può ottimizzare senza capire. Esso può prendere una decisione senz’altro utile per l’azienda, ma non per questo giusta.
Allora l’intuizione, la sensibilità per il contesto sociale dell’azienda, la capacità di assumersi responsabilità per le faccende andate storte restano di competenza umana, nemmeno il programma più sofisticato potrà farlo!
Il paradosso: meno umani, più valore umano
Qui compare il paradosso più bello di questa storia: più si riduce lo spazio agli umani e più essi acquistano valore. Direzione strategica, capacità decisionale, gusto sono qualità non automatizzabili, pertanto diventano merce molto rara quando gran parte del lavoro verrà svolto da macchine!
Il futuro delle startup
Insomma la startup del futuro sarà costituita da meno persone e verrà giudicata non dal numero di operatori che vi lavorano, ma per quanto bene riesca a trasformare l’intelligenza umana o artificiale in qualcosa che funzioni davvero.
La zero human startup costringerà a chiunque voglia fare impresa a porsi questa semplice domanda:
- Quello che faccio io, lo può fare una macchina?
- Se sì, per quale motivo ancora lo faccio?
Pierluigi Seri














































