
Rallentare in un mondo veloce
In un’epoca che ha eletto la velocità a parametro assoluto di esistenza, in cui la nostra quotidianità è scandita da ritmi folli, ogni pausa è percepita come un errore di sistema e ogni attesa come uno spreco di potenziale.
Abbiamo dato al nostro fisico e alla nostra mente il compito di somigliare il più possibile alle macchine: efficienti, multitasking e sempre performanti.
Ciò ci ha reso inevitabilmente disconnessi dal nostro ritmo biologico naturale e culturale.
Ma la Primavera offre l’occasione di riflettere su quanto sia bello rallentare, e in particolare il nostro territorio sembra attivare una sorta di anticorpo collettivo: ricomincia il tour di rievocazioni e feste di paese che ci accompagnerà fino all’autunno inoltrato.
Il bisogno di comunità e risonanza
Nella società odierna la partecipazione di massa a tali eventi sembrerebbe un controsenso, ma ha invece una ragione radicata nei bisogni dell’essere umano; ci piacciono le sagre e le rievocazioni perché, in una società che ci vuole isolati e veloci, queste occasioni ci restituiscono ciò di cui siamo stati privati: il senso di appartenenza e la “risonanza”.
Secondo il sociologo Hartmut Rosa, la nostra epoca soffre di una mancanza di risonanza, ovvero la capacità di vibrare insieme a ciò che ci circonda.
Il tempo moderno è accelerato, liscio, privo di attriti; al contrario, il rito della festa di piazza offre un’esperienza ruvida e vibrante.
La communitas nelle feste popolari
Quando sentiamo il rimbombo dei tamburi lungo i vicoli di Narni o osserviamo il lavoro meticoloso dietro un carro allegorico a Terni, non siamo più spettatori passivi di un flusso digitale, ma entriamo in risonanza con la materia e con gli altri.
È quella che l’antropologo Victor Turner chiamava “communitas”: uno spazio-tempo sospeso in cui le gerarchie sociali e le differenze generazionali cadono.
Nelle taverne l’avvocato, lo studente e l’artigiano siedono alla stessa panca, uniti da un rito che azzera l’ansia da prestazione tipica della nostra epoca.
In questo maggio umbro, la “communitas” agisce come un correttore democratico che ci ricorda la nostra natura di animali sociali, ben prima di quella di utenti digitali.
Benefici scientifici della socialità
La scienza, d’altronde, conferma che questa attrazione per il passato non è nostalgia per i tempi andati, ma fame di biologia.
Il neuroscienziato Robin Dunbar ha dimostrato come la socialità analogica e i rituali collettivi (il canto comune, il mangiare insieme, il movimento sincronizzato) attivino circuiti di ossitocina e riducano il cortisolo.
Abbiamo bisogno fisico della festa per sopravvivere allo stress della modernità.
La festa come atto di resistenza
In un mondo dematerializzato, dove persino le relazioni sono filtrate da algoritmi, vivere la convivialità come una volta e compiere tutti quegli atti che ormai percepiamo come una perdita di tempo, diventa invece un atto di resistenza.
Ilaria Alleva













































