
Si racconta che un parroco molto goloso, abituato a godere ogni giorno della buona cucina dei suoi fedeli più danarosi, un giorno fu invitato a pranzo dal più ricco di essi.
Il prelato si trovò di fronte a una tavola imbandita con ogni ben di Dio e in particolare con un gigantesco tacchino arrostito.
Il problema che sconvolse il parroco, mentre con l’acquolina si sedeva a tavola, è che quel giorno era proprio venerdì, quando la carne era proibita dalle osservanze religiose.
Dopo un breve momento di dolorosa incertezza il parroco si illuminò in volto, alzò il braccio e benedisse il tacchino mormorando in latino: ego te baptizo piscem (io ti battezzo pesce).
Poi il parroco si avventò sull’arrosto.
Questo parroco forse aveva seguito gli insegnamenti dei vescovi medievali che, si dice, avevano inventato questa benedizione: Ego te baptizo piscem.
Si racconta che gli antichi vescovi usavano questa formula per “trasformare” la carne in pesce e consentire ai propri fedeli di rispettare la regola di mangiare magro di venerdì anche quando non c’era pescato da consumare.
I buoni cristiani sapevano bene che la carne battezzata pesce rimaneva carne.
In tempi recenti e anche con altre religioni sembra siano accadute situazioni analoghe, nella sostanza ma non nella forma, che portavano a non rispettare le regole imposte al credente.
Sappiamo che l’Italia è attivamente coinvolta in missioni ONU in diverse aree geografiche, fornendo un contributo significativo sia con personale militare che civile per il mantenimento della pace, la stabilizzazione delle regioni in crisi e il supporto alle popolazioni locali.
Si racconta che in una di queste missioni in un paese a maggioranza musulmana, l’ufficiale superiore italiano invitò a cena il pari grado locale per fare conoscenza e poter coordinare insieme almeno le azioni più importanti.
La cena si svolse in un’atmosfera amichevole e si concluse con un brindisi per auspicare futuri successi.
Dopo alcuni giorni la cena fu ripetuta con il medesimo pari grado e con l’aggiunta di un altro ufficiale superiore locale.
Appena entrati nella sala da pranzo, i due protestarono per le due bottiglie di vino che erano sulla tavola, ritenendole un’offesa alla loro religione.
L’italiano – allibito – si scusò e tolse per quieto vivere le bottiglie contestate.
Da quel momento in poi la cena si svolse in una serena atmosfera di collaborazione.
Il mattino successivo l’italiano telefonò al collega locale contestando che alla prima cena aveva bevuto il vino, fatto pure il brindisi e quindi non si spiegava il comportamento opposto della sera precedente.
La risposta fu:
“Quando sono solo non c’è problema, faccio come mi pare, ma quando sono in compagnia di un altro musulmano devo fare l’integralista per evitare denunce e ritorsioni”.
Adesso vi racconto invece una cosa più curiosa della quale sono stato testimone.
Il figlio di un mio caro amico si era laureato in farmacia insieme a un giovanotto che proveniva da un paese della mezzaluna rossa, approdato in Italia, e all’università aveva trovato pure l’amore e si era sposato.
Non ricordo il suo paese di origine ma pare fosse dilaniato da rivolte e allora gli misi subito il soprannome di Settembre Nero.
Era simpaticissimo e mi raccontò che proveniva da una famiglia contadina benestante che produceva molte derrate alimentari, compresa l’uva.
“Allora facevate anche il vino”, dico io.
“Giammai” fu la risposta “In un paese musulmano si rispettano i divieti”.
Quando il figlio del mio caro amico decise di sposarsi, fui invitato al pranzo di nozze e fui piazzato accanto a Settembre Nero, poiché tra tutti gli invitati ero quello che lo conosceva meglio, anche per motivi di lavoro.
Infatti, lui era stato assunto in una farmacia e il mio lavoro consisteva nel promuovere i farmaci della mia azienda sia con i medici che con i farmacisti, quindi le occasioni di chiacchierare tra noi non mancavano.
Al momento dell’antipasto notai che non solo aveva mangiato il prosciutto ma che lo aveva pure ripreso ogni volta che una delle ragazze addette alla sala ripassava col vassoio.
Pensai allora che il ragazzo si fosse definitivamente italianizzato.
Il pranzo continuò e vidi che fece pure il bis del primo.
A un certo punto si alzò, forse per andare in bagno, e in sua assenza una ragazza iniziò a servire il secondo a tutti e, mentre riempiva il suo piatto, lui riapparve e cominciò a protestare chiedendo alla donna di togliere dal suo piatto tutta la carne che c’era, compreso quel bel pezzo di arista al forno, perché lui era musulmano.
La ragazza si scusò, portando poi via tutta la carne.
Appena si fu seduto mi rivolsi a lui dicendo:
“La ragazza ci è rimasta male, ma quando hai mangiato tutto quel prosciutto all’antipasto, non eri musulmano?”.
La risposta fu:
“All’inizio avevo molta fame ma adesso sono sazio e quando sono sazio divento musulmano”.
Rimasi a bocca aperta senza saper che dire!
Vittorio Grechi















































