L’età Moderna – Capitolo 2

La città del Seicento: Tra l’arte dell’Angeloni e le ombre della decadenza

LA STORIA DI TERNI

Parte IX

Una nuova prospettiva: La pianta di Domizio Gubernari –

Il XVII secolo ci consegna un’immagine nitida di Terni grazie alla pianta disegnata dal capitano Domizio Gubernari. Comandante dell’esercito pontificio e ingegnere militare, Gubernari risiedeva nell’attuale Palazzo Faustini, dimora dei suoi discendenti.

Sebbene l’originale sia andato perduto, la carta è giunta a noi grazie alla copia magistrale di Francesco Angeloni (1587-1652), la figura intellettuale più eminente della Terni del Seicento. Egli oltre che storico, fu un celebre collezionista e segretario del Cardinale Ippolito Aldobrandini, portando il nome di Terni nei più alti circoli culturali romani.

L’Angeloni inserì la pianta a corredo della sua celebre “Historia di Terni”, stampata a Roma nel 1646 e dedicata al potente Cardinale Giulio Mazzarini, allora arbitro della politica europea.

Rispetto alla precedente pianta del Piccolpasso (XVI secolo), quella del Gubernari offre una prospettiva inedita: spostando il punto di osservazione su Colle Luna, la resa appare più precisa e particolareggiata.

Vi sono censite con rigore le cinque porte d’accesso (Romana, del Sesto, della Sera, Spoletina e Sant’Angelo) e i sei rioni storici (Sotto, Rigoni, Amengoni, Fabri, Castello e Adultrini).

La pianta documenta inoltre l’evoluzione idrografica: il torrente Serra appare già deviato verso il Nera, mentre la campagna circostante si presenta come una fitta rete di canali regolati per l’irrigazione e l’industria.

Società ed Economia: L’eredità industriale –

Intorno al 1660, Terni contava circa 8.000 abitanti. Un dato prezioso fornito dall’Angeloni è il numero dei “fuochi” (nuclei familiari), stimato in 1.918.

Questa popolazione viveva in un delicato equilibrio tra le vestigia del glorioso passato comunale e la crescente pressione amministrativa dello Stato Pontificio.

Nonostante la latente decadenza politica, Terni vantava ancora un apparato proto-industriale di rilievo:

La tradizione del ferro: Sin dal 1439 è documentata la produzione di “verrettoni e dardi” e, nel 1528, le Riformanze comunali attestano persino la fabbricazione di pezzi d’artiglieria.

Nel 1580, l’arrivo di imprenditori lombardi diede nuovo impulso con la creazione di ferriere, ramiere e tintorie.

Tessuti e Carta: Come ricordato dal Piccolpasso, la città era celebre per i panni di lana, esportati verso Roma e in tutta l’Umbria.

Fondamentali erano anche le cartiere, tra le più antiche della regione, alimentate dalla generosa forza motrice delle acque locali.

Il tramonto del secolo: Crisi e Brigantaggio –

Il punto di svolta negativo fu il 1564. La repressione della rivolta dei Banderari non segnò solo la fine delle autonomie cittadine, ma l’inizio di un declino che si acuì nel XVII secolo.

Il Comune, impoverito e privato di poteri, rallentò i vitali lavori di canalizzazione delle acque, causando l’impaludamento di diverse aree.

Alla fine del ‘500, gravi carestie spinsero i pastori a invadere seminati e oliveti. Il furto di olive divenne una piaga tale da costringere l’amministrazione a emanare bandi severissimi.

In questo clima di miseria esplose il brigantaggio, una vera e propria guerriglia rurale che trasformò Terni in una città “sotto assedio” interno, costringendola a rinforzare costantemente le guardie alle porte per difendersi dalle incursioni dei banditi.

Splendore barocco e ingegneria idraulica –

Nonostante la crisi, l’élite nobiliare continuò a celebrare il proprio prestigio attraverso l’architettura. Ne è l’esempio massimo Palazzo Spada, progettato a metà del ‘500 da Antonio da Sangallo il Giovane.

Sul fronte della gestione del territorio, il 1596 segnò una data storica: sotto il pontificato di Clemente VIII, fu completato il Cavo Clementino.

Questo imponente intervento idraulico, mirato a risolvere le inondazioni della piana reatina, modificò drasticamente il regime delle acque, dando origine alla forma moderna della Cascata delle Marmore.

Infine, il Seicento fu il secolo della Controriforma. La vita religiosa si fece intensa e il culto di San Valentino venne promosso con rinnovato vigore per rafforzare l’identità cittadina attorno al suo patrono, mentre i conventi urbani diventavano punti di riferimento spirituali e assistenziali in un’epoca di profonde incertezze.

Carlo Barbanera