PSICOLOGIA SOCIALE DEI CONFLITTI: L’ASSEDIO INVISIBILE

La mentalità d’assedio nella psicologia sociale

Le numerose guerre in atto hanno richiamato alla mia memoria un interessante filone di studi della psicologia sociale, sviluppato tra gli altri dallo psicologo israeliano Daniel Bar-Tal, che ha analizzato la cosiddetta mentalità d’assedio, ovvero la percezione collettiva di essere circondati da un mondo ostile.

Più precisamente, dall’approfondimento e dall’analisi della rappresentazione che descrive lo stato mentale di gruppi e comunità che si percepiscono circondati, minacciati, esposti a un pericolo costante, risulta che questa condizione può essere il prodotto della condivisione di suggestioni comuni.

Non si tratta necessariamente di un assedio reale, militare.

È qualcosa di più sottile e, per certi versi, più potente: una configurazione stabile della mente collettiva che oggi sembra attraversare molti dei conflitti contemporanei.

Quando la percezione supera la realtà

C’è infatti un momento, nei conflitti, in cui la realtà smette di essere soltanto ciò che accade e diventa ciò che si teme.

È lì che prende forma la psicologia dell’assedio.

Non servono mura né trincee, bastano narrazioni, immagini, discorsi ripetuti fino a diventare evidenza.

L’assedio si sposta dal territorio alla percezione.

La semplificazione del mondo

Quando una società entra in questa condizione, cambia il modo in cui legge ogni evento.

Le pressioni internazionali diventano accerchiamento, le critiche si trasformano in attacchi, le differenze interne si riducono a sospetti.

Il mondo si semplifica: da una parte noi, dall’altra loro.

È una semplificazione potente, perché rassicura.

Riduce l’incertezza, offre una direzione, crea coesione.

Ma proprio per questo è anche pericolosa.

Una doppia natura

La psicologia dell’assedio ha infatti una doppia natura.

Da un lato rafforza, rende più compatta una comunità, alimenta la capacità di resistenza, giustifica sacrifici che in condizioni normali sarebbero difficili da accettare.

Dall’altro lato restringe lo sguardo, rende difficile il dialogo, delegittima il dissenso, trasforma la complessità in sospetto.

In questo spazio ristretto il potere trova un terreno favorevole.

Non ha bisogno di imporsi apertamente: può presentarsi come protezione, come argine, come necessità.

Il peso della memoria

C’è poi un elemento ancora più profondo, che riguarda la memoria.

Nessuna psicologia dell’assedio nasce dal nulla.

Spesso si nutre di traumi passati, di invasioni subite, di umiliazioni sedimentate nel tempo.

Il passato non viene elaborato, ma riattivato.

Diventa una lente attraverso cui leggere il presente.

E così ogni tensione contemporanea può essere percepita come la ripetizione di una minaccia antica, mai davvero superata.

Un assedio reciproco

Nei conflitti attuali questa dinamica si presenta spesso in forma speculare.

Le parti in causa, pur su posizioni opposte, condividono una medesima percezione: quella di essere sotto attacco, di essere costrette a difendersi, di non avere alternative.

È forse uno degli aspetti più inquietanti: l’assedio può essere reciproco, alimentato da narrazioni che si rafforzano a vicenda, in un circolo difficile da interrompere.

Comprendere per uscire dal conflitto

Comprendere questa psicologia non significa negare i fatti, né relativizzare le responsabilità.

Significa piuttosto riconoscere che, accanto agli eventi, esiste una dimensione meno visibile ma altrettanto decisiva: quella delle percezioni, delle paure, delle storie che le comunità raccontano a sé stesse.

È lì che si costruisce, spesso, la tenuta o l’escalation dei conflitti.

Perché, in fondo, l’assedio più difficile da sciogliere non è quello che circonda i confini, ma quello che si forma dentro lo sguardo.

Quando il mondo viene percepito solo come minaccia, ogni via d’uscita si restringe.

E la realtà lentamente finisce per assomigliare alla paura che la racconta.

Oltre l’assedio

È in questo passaggio, silenzioso ma decisivo, che la geopolitica smette di essere solo confronto tra interessi e diventa riflesso delle nostre inquietudini più profonde.

E forse è proprio lì, in quello spazio invisibile tra ciò che accade e ciò che temiamo, che si gioca la possibilità stessa di uscire dall’assedio.

Roberto Rapaccini