C’è uno spauracchio che si aggira per le stanze degli editori fin da quando Gutenberg ha messo al mondo i caratteri mobili: il “pirata”. Oggi lo immaginiamo come un utente che scarica un PDF da una chat di Telegram o da un archivio online illegale. Ma la verità storica è molto più complessa, e decisamente più affascinante: se allunghiamo lo sguardo dal Seicento a oggi, scopriamo un paradosso rivoluzionario, ovvero che la pirateria libraria ha fatto alla cultura, e persino agli autori, molto più bene che male.
Nel XVII e XVIII secolo, il concetto di copyright era molto diverso da quello attuale: nel Regno Unito, la celebre legge nota come Statuto di Anna (1710) nacque non tanto per proteggere gli scrittori, quanto per garantire il monopolio di una ristretta corporazione di stampatori londinesi. Fuori da Londra, stampatori considerati “pirati” in Scozia, Irlanda o nelle colonie americane iniziarono a ristampare i grandi classici e le novità scientifiche a prezzi stracciati.
Il risultato? Quei libri arrivarono a milioni di persone che altrimenti non avrebbero mai potuto permetterseli. Autori celebri videro la propria fama schizzare alle stelle grazie alle edizioni non autorizzate. La pirateria, di fatto, ha creato il pubblico di massa. Ha alfabetizzato intere nazioni e ha trasformato la scrittura in una professione sostenibile: più persone leggevano un autore (anche tramite copie pirata), più quell’autore diventava un’autorità, potendo così negoziare contratti migliori o vivere di conferenze, mecenatismo e incarichi pubblici.
Facciamo un salto in avanti fino ai giorni nostri. Oggi il mercato editoriale si trova in una situazione paradossale: i prezzi dei romanzi e dei saggi accademici hanno raggiunto cifre esorbitanti, trasformando la lettura e lo studio in un lusso d’élite. Questo è particolarmente grave nell’ambito della saggistica universitaria e scientifica, dove le grandi multinazionali dell’editoria accademica vendono singoli articoli digitali a 40 euro e manuali a tre cifre, pur non pagando un singolo centesimo ai ricercatori che li hanno scritti. In Italia, poi, la maggior parte del prezzo di copertina viene assorbito da grande distribuzione e librerie. L’autore guadagna delle cifre ridicole dalle vendite.
Quando i prezzi sono deliberatamente gonfiati per massimizzare il profitto di pochi intermediari, la pirateria smette di essere un reato comune e diventa un atto di resistenza culturale.
Leggere, informarsi e studiare non sono sfizi paragonabili all’acquisto di un bene di lusso; sono diritti fondamentali. Se un sistema economico taglia fuori intere fasce della popolazione dall’accesso alla conoscenza, la colpa morale e sociale del furto non risiede nel consumatore che cerca di emanciparsi, ma nel mercato stesso che specula su un bisogno primario.
Invece di colpevolizzare gli studenti e i lettori appassionati bollandoli come ladri, dovremmo chiederci chi stia davvero depredando chi. Gli autori moderni beneficiano di un pubblico ampio e attivo, mentre gli editori vecchio stile si arroccano su modelli di business anacronistici. Finché il mercato considererà la cultura come una merce esclusiva e non come un bene comune, le piattaforme di condivisione libera rimarranno l’unico vero baluardo democratico per l’uguaglianza intellettuale.
Ilaria Alleva