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La pigrizia narrativa nell’era dello zapping: perché abbiamo bisogno di tornare all’Eroe

E come l’Intelligenza Artificiale, paradossalmente, può aiutarci a salvare il Racconto

Ho apprezzato molto l’articolo di Ilaria Alleva (la Pagina, Giugno-Luglio ‘26), che punta giustamente il dito sulle incongruenze di una certa produzione mainstream contemporanea: un panorama desolante, fatto di «trame incoerenti, buchi narrativi e finali posticci». Questa deriva, tuttavia, non è casuale. È il sintomo manifesto di una pigrizia intellettuale profonda, figlia diretta delle nuove modalità di fruizione digitale.

Per la prima volta nella storia della letteratura e della drammaturgia, assistiamo alla violazione sistematica e consapevole di regole che hanno retto l’architettura del racconto per secoli: quelle strutture profonde che Joseph Campbell, attraverso i suoi studi di mitologia comparata, codificò sotto il nome di “Monomito”.

Campbell dimostrò che dietro ogni grande storia tramandata dall’umanità, in diverse culture ed epoche, si cela un’unica struttura, un percorso archetipico e universale: il Viaggio dell’Eroe. Si tratta di una linea genealogica antichissima, le cui tappe affondano le radici nell’Odissea di Omero o nell’Eneide di Virgilio — capolavori in cui il viaggio geografico e fisico coincideva sempre con una radicale trasformazione interiore del protagonista.

Questa struttura ancestrale è stata successivamente mutuata da Christopher Vogler. Da acuto analista cinematografico, Vogler ha tradotto le intuizioni teoriche di Campbell in uno strumento operativo a uso di scrittori e registi, codificandolo appunto nel celebre manuale Il Viaggio dell’Eroe.

Utilizzato come una vera e propria bussola strutturale, questo schema scansiona tappe precise capaci di generare tensione, empatia e un ritmo avvincente. È un’architettura talmente potente che, ogni volta che viene assimilata e declinata correttamente, genera capolavori capaci di superare le barriere generazionali. Saghe come Star Wars, The Matrix, Il Signore degli Anelli o Harry Potter, pur nella radicale diversità dei loro generi, battono tutte all’interno dello stesso, identico cuore mitologico scoperto da Campbell.

Oggi, però, questa battaglia millenaria rischia di essere persa sui terreni desertificati delle piattaforme streaming e dei social network. Modificando radicalmente il modo in cui consumiamo le storie, abbiamo inevitabilmente corrotto il modo in cui le scriviamo. La narrazione si trova oggi a dover negoziare i propri spazi con schermi minuscoli, notifiche asincrone e flussi continui di stimoli visivi.

Il presupposto implicito di molta produzione odierna è umiliante per lo spettatore: si scrive partendo dal principio che la fruizione avvenga “mentre si fa altro”.

Tra uno zapping compulsivo sul divano, l’attesa in fila dal medico e lo scorrimento di un feed parallelo, l’attenzione è ridotta a brandelli. In un contesto simile, le incongruenze narrative, i personaggi bidimensionali e i buchi di trama passano tragicamente inosservati all’occhio di un pubblico anestetizzato.

A farne le spese sono soprattutto i più giovani. Risucchiati dal tempo ipnotico dei display, dalle gratificazioni istantanee dei videogiochi o dai video brevi di TikTok, si trovano privati non solo del tempo fisico, ma della postura mentale necessaria per accogliere la complessità e la lentezza di un buon libro.

In questo scenario di evidente decadimento della forma-racconto, si inserisce un paradosso affascinante, quasi provocatorio: il ruolo dell’Intelligenza Artificiale.

Se interrogata per strutturare un soggetto — che si tratti di un romanzo o di una sceneggiatura —, l’AI ci riporta quasi matematicamente alle strutture classiche della narrazione. Perché accade? La risposta è semplice: i grandi modelli linguistici sono stati addestrati sulla parte più solida, nobile e strutturata della produzione umana. Hanno “masticato” i classici della letteratura, la grande mitologia e i romanzi catalogati da secoli di rigorosa selezione editoriale.

Mentre gli autori umani si lasciano sedurre dalla fretta, dalle mode passeggere e dalle metriche algoritmiche dei social — partorendo storie usa-e-getta —, la macchina conserva, paradossalmente, la memoria della tradizione aristotelica e campbelliana.

È una battaglia difficile, ma spetta a chiunque abbia velleità autoriali la responsabilità di raccogliere la sfida lanciata da Ilaria, smettendo di assecondare la distrazione e il disimpegno del pubblico. Ed è giusto che il lettore — così come lo spettatore — pretenda storie solide, coerenti e sorprendenti. Storie che, proprio come i miti antichi, non si limitino a intrattenerci per la durata di un click, ma abbiano ancora l’ambizione e la forza di cambiarci nel profondo.

Barbanera Carlo

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