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Perché si dice

A caval donato non si guarda in bocca

Questo motto era già conosciuto dai latini i quali dicevano: “Noli equi dentes inspiceri donati”. Il significato della frase latina è di facile comprensione. Di norma quando si acquistano un cavallo o un asino, specie nelle fiere per vedere l’anzianità della bestia, gli acquirenti guardavano la dentatura. Va con sé, quando si riceve un regalo lo si accetta qualunque sia il suo valore.

Ad usum fabricae

Abbreviata in A. U. F. s’imprimeva sui marmi esenti da gabella che dovevano servire per la costruzione dei beni di ogni genere, di enti pubblici, aziende pubbliche, o altro, come per esempio la costruzione del Duomo di Milano, di Firenze, o la chiesa di San Pietro in Roma. Proprio per questa sigla abbreviata con a.u.f. tutto ciò che non si paga ancora oggi viene detto: “a uffa”!

Ai tempi che Berta filava

Molti sono i nomi di Berta alla quale si può attribuire il motto da: Berta di Savoia moglie di Enrico IV di Franconia, ad un’eroina della letteratura cavalleresca Geneviève de Brabant, figlia del duca di Brabante.

Domenico Cadogli (1592) nel Cinquecento tenta di inserire l’origine aneddotica in un contesto di storia locale, quella di Orzinuovi suo luogo di nascita fornendo anche una testimonianza esplicita della frase nel corpus linguistico e nella tradizione popolare della sua epoca il 500 appunto.

Nella sua Historia Orceana così argomenta la sua spiegazione: “Prima chj’ incrudelissero in questo modo le fattioni, vogliono che né gl’Orci fusse una vecchiarella per nome adimandata Berta, che solita era di star tutto ‘l giorno su le muraglie vicino la Rocca, guadagnandosi con la conocchia il vivere, la onde quella parte verso ‘l fiume dalla Rocca, ne acquistasse il nome Berta, e levandoli poi come di sopra, le fattioni dé Guelfi e Ghibellini, per essersi distolta la vecchiarella da quell’uopo ne nascesse il proverbio. Non è più il tempo che Berta filava. (Santa Berta patrona delle filatrici)

Anulare

Il nome del dito deriva dal latino “anulus” cioè anello e quindi anche nell’antichità l’anello si portava al quarto dito della mano. Gli Egizi pensavano che all’interno di quel dito, passasse una vena che andava direttamente al cuore, i cristiani invece indicavano con il pollice, l’indice ed il medio la Santissima Trinità, subito dopo veniva l’anulare quindi li mettevano la fede matrimoniale.

A occhio e croce

Il modo di dire deriverebbe dal mondo dei tessitori come riportato ne: “L’arte della seta in Firenze, trattato del sec. XV con dialoghi trattati da Girolamo Gargioli. Due giovani eruditi e anfitrioni chiedono ad Adelaide Picchiani tessitora di lisci, (senza ornamenti, abito liscio) di illustrare quali sono gli arnesi del mestiere; Adelaide: “Montare la tela e ladare che non pigli vento perché le cordate si accordellinerebbero, badare che le verghe non si sfilino e si perda la croce, né si possa riprenderla dai lisci per essersi strappata la tela dietro le verghe, allora si ripigliano i fili a occhio e croce”.

E si rinverge di nuovo la croce che fu svergata.

Facciamo questo perché i fili si riprendano a occhio e croce e no su una regola.

Avere fegato

L’origine della frase è molto antica, risale ai Greci per i quali il fegato era la sede del coraggio, della passione, dei sentimenti e dell’ira il fegato è anche protagonista del mito di Prometeo, il titano che rubò alcune faville di fuoco dalla fucina di Efesto e riportò il fuoco sulla terra, perché Giove aveva punito il genere umano togliendoglielo.

Il Dio saputo che Prometeo aveva riportato il fuoco agli uomini, lo fece legare in una roccia e dispose che un’aquila di giorno gli divorasse il fegato. Questa particolarità ha riscontro nella fisiologia umana in quanto ha la capacità di rigenerarsi da solo. Gli aruspici erano dei sacerdoti indovini etruschi specializzati nell’arte divinatoria, predicevano futuro esaminando le viscere degli animali per trarne presagi.

La scienza di questi sacerdoti era custodita in libri detti “Libri Tagetici”.

Si dice che il giorno in cui fu assassinato Giulio Cesare, (idi di marzo del 44 a.C.) non avessero trovato il cuore in due animali immolati.

Grifoni Ivano

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