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IO TI INSEGNO….

«Il cucciolo d’uomo è mio!» disse Raksha, la mamma lupa. «Non sarà ucciso. Vivrà per correre con il branco e cacciare con il branco».

Questo atto di protezione puro e incondizionato dona a Mowgli la sicurezza emotiva primaria: la certezza di essere amato che è la base di ogni sana crescita affettiva.

Dalla penna di Kipling, dalle pagine del “Libro della giungla”, emerge ed esplode il senso autentico della vita, fatto di accoglienza, di cura, di protezione.

La giungla è l’ambiente che vede crescere e svilupparsi una vera e propria scuola dove gli affetti si costruiscono attraverso la lealtà, il rispetto delle regole e la reciproca accettazione.

Il primo e fondamentale imprinting affettivo di Mowgli avviene nel momento in cui viene accolto nella tana dei lupi. Da quel momento occorre conoscere la legge che governa la giungla: un ambiente con sue caratteristiche da accogliere, da rispettare, da condividere.

Sarà Baloo, l’orso saggio, ad insegnare a Mowgli non un insieme di regole aride, ma un codice etico ed emotivo, come creare in sé quel moto dell’anima che si chiama empatia, quel linguaggio non verbale che ogni essere trasmette, le “Parole Maestre” che permettono a Mowgli di comunicare con tutti gli animali dicendo: «Siamo dello stesso sangue, tu ed io».

Tutto questo è un’encomiabile pagina di letteratura difficilmente trasferibile sul terreno umano… a meno che… tanti Baloo agiscano nella giungla degli uomini così come Kipling lo ha immaginato nella giungla degli animali.

Così si insegna al bambino che l’affetto e il rispetto superano le barriere della specie: l’altro non è un nemico, ma un essere con cui si condivide lo stesso spazio vitale.

Baloo educa conducendo Mowgli con sé in un territorio tutto da scoprire prima, da amare poi, educa i suoi sensi facendoli vibrare. Mowgli, essere vivente tra esseri viventi, osserva comportamenti non umani, ma a cui deve conformarsi. Vivrà in una bolla affettiva che garantisce sicurezza e protezione.

«I bambini sono gli osservatori silenziosi dell’ambiente», dichiarava Maria Montessori, «sono attenti lettori del comportamento degli adulti… una scuola può dedicare molte ore all’educazione affettiva, ma se al suo interno prevalgono indifferenza, conflitto o mancanza di ascolto, il messaggio educativo risulterà inefficace».

È la società che, carica di contraddizioni, di fragilissime condotte morali, di scontri ideologici, di bramosie di potere ha visto sgretolarsi parti essenziali della sua struttura educativa.

La famiglia, la scuola, nel vortice dei cambiamenti, hanno smarrito i punti di riferimento, hanno messo in discussione valori di solidarietà, di accettazione dell’altro, di condivisione: è la giungla degli uomini.

Atti di aggressività, intolleranza, disprezzo della vita altrui sembrano aleggiare sulla società tutta. Solo chi è vissuto nella solitudine emotiva, nella repressione di sentimenti, può avere in sé il piacere di fare del male: è così che la parte cruenta dell’animale-uomo emerge in superficie.

Durante l’infanzia e l’adolescenza ogni incontro è incisivo nel bene e nel male: non ci sono testi da leggere, ma esperienze umane da vivere, esempi da emulare, racconti di vita che, trasmessi, indicano con chiarezza quale strada percorrere.

Si attribuiscono alla scuola responsabilità che appartengono all’intera comunità educativa. La famiglia resta il primo luogo in cui si apprendono il linguaggio delle emozioni, il rispetto dell’altro, la gestione dei conflitti e la capacità di amare. Quando questi processi vengono a mancare, si tende a chiedere alla scuola di colmare ogni vuoto.

È tempo di intervenire e il ministro Valditara ha emesso direttive per considerare nella scuola “l’educazione alle relazioni e al rispetto” come elementi prioritari che possano permeare l’intero curriculo scolastico.

L’affettività non è una materia da studiare sui libri, ma deve attraversare tutte le esperienze scolastiche: il modo in cui gli insegnanti si relazionano agli studenti, il clima della classe, la gestione dei conflitti, la collaborazione con le famiglie, la qualità della vita comunitaria.

Umberto Galimberti, filosofo e psicanalista, scrive: «L’educazione passa attraverso il canale dell’emotività. Se un insegnante non affascina, non crea un legame, la mente dello studente non si apre. Ma questo legame non si pianifica nei decreti: nasce dall’incontro quotidiano tra persone dentro l’aula».

La vera sfida non consiste quindi nello stabilire quante ore dedicare all’educazione affettiva, ma nel costruire contesti relazionali sani e coerenti. Bambini e ragazzi hanno bisogno di adulti credibili prima ancora che di programmi innovativi.

È “Baloo” che insegna come generare dentro di noi quell’empatia che ci sveli l’emozione dell’altro e che, di fronte all’altro, non ci faccia dire, ma “sentire”: «Siamo dello stesso sangue, tu ed io».

Sandra Raspetti

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