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Fortuna e sfortuna / bello e brutto: la storia di una valle

Quando i viaggiatori del Grand Tour (XVIII sec.), che venivano da Roma per ammirare la Cascata delle Marmore, dopo le gole strette di Stifone si affacciavano dal ponte di Augusto, appariva loro la lussureggiante valle del fiume Nera e allora prorompevano in un “ooohhhh” di ammirazione. Si fermavano estasiati nel vedere orti, campi e piante da frutto multicolori coltivati con precisione geometrica e abbelliti da tanti paesini inerpicati sulle balze delle colline ricche di oliveti a far da cornice e corona a cotanta bellezza.

Ma la fortuna e il bello di questa terra non era solo questa vista ma anche la cucina locale e i preziosi affreschi che ornavano e ancora ornano le tante chiese racchiuse entro le mura erette a difesa e anche quelle costruite fuori, nelle vicinanze dei campi, per permettere ai contadini di partecipare alle funzioni religiose vicino ai posti di lavoro.

Questo eden in miniatura aveva attirato monaci da terre lontanissime, sfuggiti a persecuzioni, guerre e carestie, che avevano trovato pace e integrazione nel silenzio operoso di tutta la valle fin verso le sorgenti del fiume, dove costruirono famose abbazie dedicandosi al lavoro, alla ricerca medica e alla preghiera come asceti, sentendosi così più vicini a Dio.

La sapienza umana, utilizzando l’irruenza delle acque tumultuose del Nera, aveva iniziato l’industrializzazione del territorio costruendo mulini e frantoi. Il passare del tempo non modificò l’aspetto della valle incantata, paragonata da alcuni visitatori a un vero paradiso.

Nei secoli a noi più vicini, la scienza trasformò l’energia delle acque della Cascata in energia elettrica, facile da trasportare in ogni dove su fili, facile e poco costosa da usare per mille scopi. E allora partì una nuova e più potente industrializzazione e immigrazione, che portò nella valle operai e maestranze da tutta Italia e anche dall’estero, e nacque la città dell’acciaio, delle filande, del carburo e della chimica.

Col tempo tutti si integrarono con i pochi abitanti nativi, apprendendo usi, costumi, dialetto e abitudini, specie quelle culinarie. A pensarci bene siamo tutti immigrati, vuoi dal centro Europa intorno al 1300 a.C. come sostengono anche alcuni ricercatori locali, vuoi in epoche successive quando la potenza di Roma attirò popoli da tutte le terre allora conosciute.

Ne sono rimaste flebili tracce in qualche cognome, ma molto più marcate e precise nel nostro DNA. Quando la farmacogenomica si occuperà del genoma di ciascuno di noi, potremo conoscere con maggiore precisione il più probabile luogo di origine dei nostri antenati e la tanta strada percorsa per arrivare nel bacino del fiume Nera e nel suo circondario, comprensivo del Narnese–Amerino, fino ad arrivare a Vallo di Nera e nello Spoletino–Nursino.

La storia di questa valle la possiamo chiamare fortunata o sfortunata, bella o brutta secondo i punti di vista. Adesso, con la crisi dell’acciaio, della chimica e delle nascite e con l’inquinamento antropico che ci hanno lasciato gli antenati, bisogna ripensare il futuro del nostro territorio. Abbattere l’inquinamento si può senza dover tornare all’era preindustriale: basta volerlo e investirci quanto serve.

Vittorio Grechi

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