LE MAMMELLE DI AGATA

Chi non conosce Sant’Agata?
Il suo nome in greco Agathé, significava buona. Vissuta tra il III e il IV secolo, durante il proconsolato di Quinziano, viene venerata come santa, vergine e martire dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa. Il suo nome compare nel Martirologio da tempi antichissimi, è patrona, tra l’altro, di Catania, di Palermo, di San Marino e di Malta.

È anche la protettrice dei fonditori di campane (che venivano suonate quando si verificavano gravi avvenimenti, cioè nel momento in cui la santa veniva invocata), dei tessitori (secondo la leggenda, come Penelope, Agata avrebbe convinto un uomo insopportabile che voleva prenderla in matrimonio ad aspettare che venisse conclusa una tela che stava realizzando, che lei tesseva di giorno e scuciva di notte), dei vigili del fuoco (poiché in epoca medievale veniva invocata per la protezione dagli incendi a motivo del supplizio dei carboni ardenti) e delle donne colpite da malattie al seno (poiché subì l’amputazione delle mammelle).

Secondo la leggenda, Agata nacque in una famiglia siciliana ricca e nobile,nell’anno 235, indicata come di origine palermitana, ma da altre fonti catanese. È infatti una delle quattro sante protettrici della Città Felicissima (Palermo), la sua statua, assieme a quelle di Santa Cristina, Santa Ninfa, Sant’Oliva, troneggia dall’alto dei Quattro Canti di Palermo nell’ordine
superiore delle facciate della piazza; proprio sopra le quattro fontane in marmo di Carrara a rappresentare le stagioni, i quattro re, in cima appunto, vi sono le quattro sante.

La tradizione cattolica vuole che Sant’Agata si consacrò a Dio all’età di 15 anni circa.
Nel periodo fra il 250 e il 251 il proconsole Quinziano, giunse alla sede di Catania anche con l’intento di far rispettare l’editto dell’imperatore Decio, che chiedeva a tutti i cristiani di abiurare pubblicamente la loro fede, invaghitosi della giovinetta e, saputo della consacrazione, le ordinò, senza successo, di ripudiare la sua fede e di adorare gli dei pagani.

Al rifiuto deciso di Agata, il proconsole la affidò per un mese alla custodia rieducativa della cortigiana Afrodisia, sacerdotessa di Venere o di Cerere e pertanto dedita alla prostituzione
sacra. Il fine era la corruzione morale di Agata, attraverso una continua pressione psicologica. Rivelatosi inutile il tentativo, Quinziano diede avvio ad un processo e convocò Agata al palazzo pretorio.

Breve fu il passaggio dal processo al carcere e alle violenze con l’intento di piegare la giovinetta. Inizialmente venne fustigata e sottoposta al violento strappo delle mammelle, mediante delle tenaglie.

La tradizione indica che nella notte venne visitata da San Pietro che la rassicurò e ne
risanò le ferite. Infine venne sottoposta al supplizio dei carboni ardenti. La notte seguente all’ultima violenza, il 5 febbraio 251, Agata spirò nella sua cella.

Molte sono le raffigurazioni della santa che subisce il martirio delle mammelle, tra tutte
ricordiamo i due dipinti di Giambattista Tiepolo, il primo del 1736 realizzato per la Basilica di Sant’Antonio a Padova mentre il secondo è realizzato nel 1750 .

Il dolce tradizionale della festa catanese è la cassatella di Sant’Agata, in siciliano minni o minnuzzi ri Sant’Àjita o ri Virgini. Deliziose cassatine dalla particolare forma semisferica che ricordano il seno di una donna, sono composte da un friabile guscio di pasta frolla, ripieno con ricotta di pecora, lavorata con zucchero e arricchita con canditi e cioccolato fondente. Una volta cotte, vengono ricoperte da una candida glassa bianca e decorate sulla sommità con una ciliegia candita che ricordi il capezzolo. Preparato in tutta la Sicilia, la sua origine è da rintracciarsi nell’antichità, quando veniva preparato come segno propiziatorio.

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Dott.ssa Lorella Fioriti
Specialista in Radiodiagnostica, Ecografia, Mammografia e Tomosintesi Mammaria