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I terremoti che hanno cambiato il corso del Nera

Viviamo in un mondo che cambia

La cosiddetta “pericolosità regionale”, ovvero la tendenza di un territorio ad ospitare, per così dire, eventi sismici nel corso del tempo, può essere determinata in diversi modi. La misura, o meglio la valutazione, di questa caratteristica territoriale è uno degli elementi fondamentali per il progresso delle conoscenze nell’ambito della dinamica di un territorio. Inoltre costituisce un elemento cardine nel panorama degli sforzi volti al tentativo di previsione degli eventi futuri.

Uno dei modi per calibrare la pericolosità regionale si basa sulla conoscenza delle manifestazioni telluriche avvenute nel passato in una specifica area, o nelle zone immediatamente circostanti. A tale scopo la verifica della disponibilità di qualche tipo di registrazione di un fenomeno di scuotimento del terreno verificatosi in tempi antichi è un elemento indispensabile. Può essere diretta o indiretta a seconda dell’esistenza di una documentazione scritta o di qualche altra forma documentaria in grado di attestare, per esempio, gli effetti provocati dall’evento sismico a carico delle popolazioni locali.

Tale tipo di ricerca è una faccenda alquanto complicata cosicché per questi terremoti storici vengono redatti appositi cataloghi di riferimento, aggiornati periodicamente con l’acquisizione di nuove testimonianze. Le maggiori difficoltà sono legate al fatto che più si va indietro nel tempo e più la documentazione tende a divenire rara e discontinua. Molte volte l’unica testimonianza di cui si riesce a disporre e riferita solo a qualche terremoto di ragguardevole intensità, fu fissata, nei suoi effetti distruttivi, su una tela dipinta da un artista rimasto particolarmente colpito dagli eventi.

Da ciò deriva, evidentemente, che la stragrande maggioranza degli eventi sismici verificatisi nel passato storico non può essere nota. Di fatto, specialmente i fenomeni di minore entità, sfuggendo completamente dalla rete della documentazione storica, rendono estremamente complicata la ricostruzione della storia sismica di un’area, incidendo negativamente sulla capacità di previsione di ciò che potrebbe accadere nel futuro. Da qui si possono bene intuire le difficoltà che invece sono legate ai terremoti preistorici.

Ma andiamo avanti. Un ulteriore passaggio fondamentale, in quest’analisi conoscitiva del modello evolutivo territoriale, consiste nel trovare una relazione logica fra la sequenza dei terremoti storici noti e l’assetto tettonico dell’area in esame. È indispensabile, infatti, tentare di dipanare la complicata matassa dei movimenti avvenuti nel tempo lungo le faglie oggi visibili in superficie cercando, nel frattempo, di chiarirne i rapporti con gli assetti tettonici presenti invece sotto la superficie. Fermo restando che le fratture ivi esistenti, pur non direttamente visibili, giocano un ruolo assolutamente primario nell’ambito dell’attuale rischio sismico di un’area. Per certi versi è come se la storia sismica di un’area geografica fosse stratificata nel tempo per cui, in linea di massima, le faglie che sono giunte ad essere visibili in superficie sarebbero responsabili della maggior parte della storia sismica passata.

Alcuni territori, più di altri, mostrano caratteristiche geologiche e geomorfologiche un pizzico più favorevoli alla determinazione della loro natura dinamica consentendo una ricostruzione, forse più agevole, delle fasi evolutive preistoriche. Del resto questo è l’obiettivo ultimo: la determinazione della sequenza cronologica delle deformazioni e delle fratturazioni che la crosta terrestre ha subìto nel corso del lungo modellamento del paesaggio. Cosa molto più facile a dirsi che a farsi! In tale contesto, la geomorfologia tettonica, o morfotettonica, tiene conto, per esempio, di quelle particolari forme del paesaggio potenzialmente legate ad un antico terremoto o ad una fase sismica.

Il ragionamento parte dal logico presupposto che alcune specifiche conformazioni, derivando in origine direttamente da dislocazioni della crosta terrestre, costituiscono l’espressione della causa scatenante degli eventi tellurici. Particolarmente indicative possono essere le modifiche avvenute lungo il corso dei fiumi, finanche alla loro completa deviazione. Queste possono derivare, appunto, dallo spostamento ripetuto dei blocchi di roccia lungo le faglie o da importanti fasi di deformazione della crosta terrestre.

Deformazioni particolarmente intense, alterando l’inclinazione del substrato roccioso, possono aver determinato in passato anche l’inversione della direzione di scorrimento di corsi d’acqua. Di questi eventi può esserne rimasta traccia, ad esempio, sotto forma di alveo fluviale abbandonato o di nuovo deposito fluviale spostato rispetto ad uno precedente. Aree particolarmente soggette a fenomeni di questo tipo si trovano in corrispondenza di catene montuose giovani in corso di sollevamento. E direi che questo è proprio il nostro caso. Per esempio, nel tratto della Valnerina principalmente ternana, compreso grosso modo fra Sant’Anatolia di Narco e Terni, è presente tutta una serie di elementi geologici e geomorfologici che testimoniano, spesso con dettagli molto chiari ed evidenti, che il fiume Nera ha subìto modifiche sostanziali del suo percorso per almeno quattro volte in un arco di tempo che, presumibilmente, copre all’incirca gli ultimi tre milioni di anni.

Da quanto detto sopra è evidente che l’analisi approfondita di queste caratteristiche del nostro territorio va a costituire, nel suo complesso, un’ingente mole di dati indispensabile ad una migliore definizione del modello evolutivo di quest’area del centro Italia. In più, essa potrebbe fornire ulteriori ed importanti basi di valutazione delle diverse fasi di evoluzione dinamica e modellamento della crosta terrestre in questo settore dell’Appennino centrale. Fermo restando che la lunghissima fase di eventi sismici legata all’evoluzione territoriale di cui stiamo parlando ha, senza alcuna ombra di dubbio, preceduto quella del periodo storico che attualmente ci vede, contemporaneamente, protagonisti e spettatori in prima persona.

Enrico Squazzini
Centro Ricerche Paleoambientali di Arrone

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