La storia di Marcuccio e della Mecia
Un certo Marco, detto Marcuccio, era fidanzato con una ragazza della zona, figlia de lu Meciu e quindi chiamata la Mecia. Questa donna in realtà si chiamava ‘Menica, cioè Domeni. I due giovani si incontravano per i campi se il tempo era bello e sotto le capanne se invece pioveva.
Sembra che il giovane, dopo aver trovato lavoro allo stabilimento di Papigno, trascurasse la fidanzata perché si era innamorato di un’altra. La Mecia sentendosi trascurata e arsa dalla gelosia faceva di tutto per incontrarlo, passando e ripassando da Cimadimonte e subissando la casa di Marcuccio con una gragnuola di sassate al tetto e alle finestre, condite con grida e improperi all’indirizzo dell’amato e di tutto il parentame.
L’ultimo incontro
Si dice che alla fine Marcuccio la incontrò per rompere definitivamente con lei e lei gli chiese come regalo per non dargli più fastidio, un ultimo rapporto amoroso. Di questo tipo di richieste bisognerebbe sempre diffidare perché l’innamorata o l’innamorato in questi casi è capace di ogni nefandezza.
In quel tempo erano da poco iniziati i lavori per costruire una bella strada bianca che unisse Rieti ad Arrone e quindi alla Valnerina. Il disegno prevedeva che tale strada, detta dagli abitanti la strada romana, scendesse dalla Forca di Arrone seguendo l’attuale tracciato fino al pozzo di Raniero, nei pressi di Cimadimonte, per poi fare una conversione quasi a U passando sopra alla suddetta frazione – vedi il muraglione costruito appositamente per sostenerne le carreggiate – e per poi continuare verso le case dei Petralla e dei Di Giuli – vedi il ponte sul torrente dell’Allòfane costruito nello stesso periodo e con gli stessi sassi – per poi continuare a scendere verso i Calandrelli, Castiglioni e quindi Arrone.
Tale tracciato, breve e poco costoso, collegava tra loro le frazioni allora più abitate lasciando isolate solo Ambresciano e le case dei Cesani che comunque si trovavano l’uno molto più in alto ed entrambe le località in tutt’altra direzione.
La modifica del tracciato della strada
Se nonché, il potente avvocato arronese Annesanti, che aveva da poco acquistato un grande casale a oliveto nei pressi dell’attuale curva dei Cesani, riuscì a far modificare il tracciato fino a portare la strada proprio nei pressi del proprio podere.
Con questa variazione la strada diventava molto più lunga e costosa perché bisognava anche tagliare la roccia e Ambresciano (‘Mbricianu) risultava sempre collegato con una vecchia mulattiera alla nuova arteria.
I lavori che erano in fase avanzata a Cimadimonte furono interrotti e proseguiti nella nuova direzione con la costruzione di canali di scolo, sotto uno dei quali la Mecia trovò la morte.
Il delitto sotto il ponticello
Marcuccio accondiscese alla richiesta della donna – abbiamo purtroppo solo la versione dell’uomo – e si infilarono sotto uno dei ponticelli appena costruiti, chiamato dai locali chiavicotto.
Sotto al ponticello doveva passare l’acqua di scolo raccolta ai lati della nuova strada e poi convogliata verso un torrente. Mentre Marcuccio stava possedendo la donna questa si sfilò un pugnale dalla manica e tentò di infilarlo nella pancia nuda dell’uomo.
Marcuccio raccontò – senza possibilità di essere smentito – che essendo lui molto più svelto e pratico di pugnali, riuscì a strapparglielo dalla mano e ad ucciderla.
Il cadavere sembra che fu trovato dopo molti giorni e per caso, durante una ispezione ai ponti condotta dall’ingegnere direttore dei lavori.
L’esame autoptico rivelò che era stata uccisa con una trentina di pugnalate e successivamente il Marcuccio rivelò, per non offuscare la sua fama, che l’aveva fatta secca al primo colpo e gli altri fendenti glieli aveva dati per sfregio e per vendicarsi dell’aggressione subita.
Il processo e la condanna
Marcuccio si dette subito alla macchia perché temeva, e a ragione, che di quell’omicidio incolpassero subito lui.
Dopo un certo tempo l’avvocato Annesanti, tramite i familiari dell’assassino, riuscì a convincere Marcuccio ad un colloquio durante il quale lo convinse a consegnarsi alle forze dell’ordine, tranquillizzandolo sull’esito del processo.
Tutto si sarebbe risolto con qualche anno di carcere per delitto d’onore e per pagamento l’avvocato si sarebbe accontentato di quel piccolo oliveto di proprietà del Marcuccio che, guarda caso, confinava proprio con il grande oliveto appena diventato di proprietà dell’Annesanti.
Il Tribunale invece non si fece convincere dall’arringa dell’avvocato e condannò Marcuccio a una pena esemplare: si dice l’ergastolo o forse trenta anni.
L’amnistia e il ritorno
Passarono gli anni e Marcuccio invecchiava in carcere mentre tutti continuavano a raccontare ai figli e ai nipoti questa triste storia così come è stata raccontata a me dai nonni e da qualche vecchio zio.
Intorno al 1860, dopo l’Unità d’Italia, per festeggiare non so quale evento, fu indetta una amnistia nella quale rientrò anche Marcuccio.
Quando le guardie carcerarie gli comunicarono la lieta notizia, Marcuccio disse loro di lasciare il pagliericcio, dove aveva dormito per tanti anni, al suo posto, perché lui, entro qualche giorno, sarebbe tornato di nuovo in carcere.
E alle guardie che lo guardavano pensando che fosse diventato matto disse che gli bastava solo un po’ di tempo per salutare i parenti, conoscere i nuovi nati, ammazzare l’avvocato che lo aveva consigliato male, e sarebbe tornato in carcere.
Il finale inatteso
Infatti, tornato a casa e dopo un saluto generale la prassi voleva che fosse invitato a pranzo e a cena presso i vari parenti, per un saluto più intimo e soprattutto per farsi raccontare tutto ciò che di importante era avvenuto in sua assenza.
Siccome il menù carcerario non era stato proprio dei migliori, dopo qualche giorno di abbondanti e squisite mangiate incominciò a mettere su carne e a prendere un po’ di colore.
Alla fine del pasto diceva sempre che una volta finiti gli inviti sarebbe andato ad ammazzare l’avvocato e quindi ritornato in carcere.
Gli inviti però erano così tanti che dettero il tempo alle voci sul programmato omicidio di giungere all’orecchio del futuro cadavere, il quale, essendo già in età avanzata e pieno di acciacchi, ebbe il buon gusto di morire per proprio conto di morte naturale.
Ammesso che una morte provocata forse dalla paura possa fregiarsi dell’aggettivo naturale.
Così Marcuccio evitò di tornare in carcere come aveva promesso.
Vittorio Grechi