Perché le nuove generazioni meritano di più dalla scuola

Il pregiudizio sulla Gen Z

Esiste un pregiudizio pigro che dipinge la Gen Z come una generazione distratta. La realtà è l’esatto opposto: i ragazzi di oggi sono probabilmente i più informati, consapevoli e reattivi che la storia recente ricordi. Eppure, si muovono in un campo minato di etichette vuote e polarizzazioni feroci.

Il motivo è strutturale: la scuola italiana fallisce nel creare il ponte logico tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il telegiornale di stasera.

Programmi scolastici fermi al passato

Siamo prigionieri di programmi ministeriali che si trascinano stancamente, morendo puntualmente prima di arrivare agli Anni di Piombo o alla Caduta del Muro.

Questo vuoto viene riempito da una marea di progetti, moduli di orientamento universitario che sembrano televendite (spesso osteggiati dagli stessi ragazzi, che non sono interessati e che usano la giornata dedicata all’orientamento per rimanere a casa) e burocrazia didattica finalizzata solo a creare ingranaggi del lavoro.

Si insegna loro, nel migliore dei casi, a compilare un CV, ma non si dà loro il tempo di capire come siamo arrivati a questo caos, né gli si danno strumenti adeguati per difendersi in un mondo del lavoro sempre più precario e feroce (ad esempio nessuno parla mai loro dell’utilità di un fondo pensionistico).

Le radici del problema nella scuola italiana

La responsabilità di questo declino ha radici profonde.

Il processo di erosione è iniziato con la Riforma Gelmini, che ha sacrificato ore preziose sull’altare dei tagli lineari, ed è culminato con la Legge 92/2019, che ha introdotto l’attuale Educazione Civica “trasversale”.

Quella che doveva essere una valorizzazione si è rivelata un gioco di prestigio burocratico: spalmandola su tutte le discipline, la si è resa di nessuno. Quando una materia appartiene a tutti, finisce per non avere più un’identità, diventando un riempitivo per far quadrare i registri tra un’equazione di fisica e un’analisi testuale.

Il cortocircuito identitario

Il risultato è un cortocircuito identitario. Senza i passaggi storici intermedi, i concetti politici diventano simulacri.

Come diceva Pier Paolo Pasolini, l’omologazione avviene quando si perde il senso della propria storia. Così, vediamo ragazzi sveglissimi che si professano “comunisti” ignorando l’evoluzione della sinistra post-sessantotto e senza sapere cosa voglia dire oggi definirsi comunisti, o altri che flirtano con il fascismo salvo poi vivere in totale antitesi con quel rigore, insultando le forze dell’ordine tra un eccesso e l’altro (spesso indottrinati tra le mura di casa da famiglie che sono ugualmente colpite da questo cortocircuito post-moderno).

Non è mancanza di intelligenza, è mancanza di coordinate.

Il modello educativo e l’Effetto Flynn inverso

Questa deriva non è solo una percezione nostalgica, ma un dato suffragato dai fatti.

L’importazione acritica di una “scuola all’americana”, infarcita di metodologie pedagogiche inconcludenti e di un feticismo per il “saper fare” a discapito del “sapere”, ha prodotto risultati disastrosi.

Recenti ricerche internazionali sull’Effetto Flynn inverso hanno evidenziato un dato inquietante: per la prima volta in un secolo, le nuove generazioni mostrano un calo sistematico del quoziente intellettivo rispetto a quelle precedenti.

Non è un limite biologico dei ragazzi, ma il fallimento di un sistema che ha sostituito la profondità dell’analisi con la superficie dei progetti multimediali e delle competenze trasversali.

Privilegiando l’intrattenimento didattico e la frammentazione del sapere, abbiamo ottenuto una generazione che, pur essendo iper-informata, fatica a connettere i punti e a formulare ragionamenti astratti complessi.

In questo vuoto pneumatico, la polarizzazione politica trova terreno fertile: senza una solida base logica e storica, l’ideologia smette di essere pensiero e diventa un riflesso pavloviano.

Il ruolo dell’educazione nella società

Antonio Gramsci sosteneva che “istruirsi è un dovere, perché il mondo ha bisogno di tutta la vostra intelligenza”.

Ma come possono usarla se la scuola preferisce le ore di alternanza scuola-lavoro (che spesso si risolve in sfruttamento minorile legalizzato) all’analisi dei conflitti moderni?

Come diceva Hannah Arendt, l’educazione è il momento in cui decidiamo se amiamo il mondo abbastanza da assumercene la responsabilità. Ma non si può essere responsabili di ciò che non si conosce.

Una proposta: più attualità e comprensione del presente

Basterebbe un’ora di attualità a settimana, rigorosamente super partes, per colmare questo “buco nero”.

Un’ora strappata alle amenità formali per spiegare cosa significa oggi essere cittadini, oltre gli slogan e i meme.

La verità è che i ragazzi non chiedono l’ennesimo seminario su quale facoltà scegliere; chiedono di capire perché c’è una guerra, come si legge un’inflazione, cosa significa davvero appartenere a un’area politica.

Hanno una fame atavica di risposte concrete sul funzionamento del mondo, fanno domande scomode, cercano un senso nel caos.

La Gen Z ha già il motore acceso e la voglia di capire; la scuola deve smetterla di annebbiargli il parabrezza con l’ossessione per il mercato e restituirgli, finalmente, la Storia.

Ilaria Alleva