
Nel processo inarrestabile dell’evoluzione umana esplode la genialità, si esalta la parte fisica sempre più bella nell’aspetto, per entrare, ciascuno di noi, comparsa tra le comparse, in un mondo affollato, errante, in cerca di un luogo del cuore dove sentirsi accolti e protetti. Lo si cerca, a volte per una intera vita, senza immaginare che da esso non ci siamo mai allontanati, ma ci siamo soltanto persi perché distratti, disorientati, affannati a cercare di capire quale fosse la giusta via da percorrere.
Il senso della direzione: riflessioni da Lewis Carroll
Lewis Carrol in “Alice nel paese delle meraviglie” fa riflettere.
“StreGatto…potresti dirmi, per favore, quale strada devo prendere per uscire da qui?”
“Tutto dipende da dove vuoi andare” disse il Gatto.
“Non mi importa molto…” disse Alice.
“Allora non importa quale via sceglierai” rispose il Gatto.
Visibilità, social network e nuove solitudini
Forse è per questo che lungo la strada, qualche volta, ci si perde, perché la strada è una qualsiasi che iniziamo a percorrere, senza sapere dove effettivamente vorremmo o dovremmo andare. In cerca di visibilità, di gratificazione, qualunque via che ci permetta di “esserci”, può essere percorsa e la tecnologia ha spalancato le porte sul mondo pronto da perlustrare, da penetrare.
La tecnologia come deus ex machina
Una tastiera, un mouse, un touch su uno schermo e si entra in contatto con chiunque e si propone se stessi a chiunque. Sono definiti “social” e attraverso essi si intrecciano contatti, comunicazioni convenzionali, sequenza di parole formali. Nell’oceano sconfinato di internet ci si immerge, si cercano soluzioni, si accendono speranze e internet rappresenta un “deus ex machina”, la “divinità” (un attore) che scendeva dall’alto, mediante un “marchingegno”, nell’antico teatro greco di Euripide e scioglieva l’intreccio critico della trama non risolvibile dai protagonisti umani sulla scena.
Social e impoverimento del pensiero
È il rifugio del tempo perso, è desiderio di proporsi, è isolamento dell’intelletto: non occorre organizzare un pensiero, non serve usare le proprie conoscenze per acquisirne altre. I social sono lo schermo sul quale rappresentare ed esporre alla platea scene di vita vera, ma veicolata dalle immagini, condensata in pochi scatti.
Il corpo come protagonista e le radici culturali
È il corpo il protagonista che si mette in posa ed è il corpo che stimola un afflusso di parole a commento, sterili, strutturalmente arruffate, prive di una comunicazione significativa. In realtà le radici affondano in tempi lontani, in politiche orientate verso “il fare” per avere, per produrre, per accumulare e, quando fu suggerita, in più occasioni, la necessità di dare priorità alla scuola, ci fu chi rispose che la cultura non procura.
La scuola, la lingua, l’unificazione
La società italiana, riemersa dalle macerie fisiche e morali prodotte dalla guerra mondiale, era frantumata, svilita e occorreva dare punti di riferimento stabili e ben definiti a cominciare da una lingua parlata su tutto il territorio. La scuola si dedicò a cancellare la piaga dell’analfabetismo e, con l’obbligo scolastico, si volle dare una istruzione ai ceti sociali disagiati, vissuti sempre in una povertà non morale, ma economica e culturale.
Dal riscatto all’ubbidienza digitale
È riuscita la scuola a colmare gli enormi disagi di un popolo che ha visto nel tempo alternarsi culture diverse, confrontarsi con esse, accogliere un sincretismo per salvaguardare il loro patrimonio culturale e linguistico? La scuola ha alfabetizzato, ha unificato un linguaggio, ha esaltato le radici storiche di un territorio finalmente senza confini, senza “vassalli” e “valvassori” di antica memoria medioevale. Se l’unificazione d’Italia nel 1861 ci ha liberato dalla condizione di essere sudditi di vecchi regnanti, l’era dei social sembra averci riportato a una nuova forma di sottomissione.
Il nuovo feudalesimo digitale
È l’accettazione incondizionata di una modalità di comunicazione che aliena la persona ed offende la sua razionalità. È il “nuovo feudalesimo digitale” ed ubbidire al codice predisposto dai colossi del web, sgrava l’intelletto ad elaborare pensieri complessi, interconnessi e, a lungo andare, si entra nel tunnel dell’inedia mentale.
Le icone e la solitudine del pensiero
Sostituire una frase articolata con un’icona (emoji) significa rinunciare alle sfumature di un linguaggio che trasmette pathos, che crea confronto, che ravviva una relazione, che rivela la complessità di una mente pienamente organizzata nella sua struttura comunicativa. È l’aridità di un intelletto che vive la propria solitudine. Il dubbio, il contrasto, la divergenza è sempre stato il nutrimento di una mente che vuole vibrare di vita nell’arte della dialettica.
Il bisogno di approvazione e identità digitale
Sui social non cerchiamo l’altro, ma uno sguardo verso noi stessi, si chiede approvazione, gratificazione per soddisfare una sensazione di onnipotenza: “io sono”. “Cogito, ergo sum” del compianto filosofo francese René Descartes (Cartesio), diventa “digito, ergo sum”.
Epilogo musicale: la voce di Vasco Rossi
Vasco Rossi canta….
Ho passato una sera con me
Ne ho trovati a dir vero due o tre
Ed è stato davvero incredibile
Individui davvero simpatici
Non ho ancora capito se sono tornato in me,
Ed ognuno parlava da solo dentro di me,
Sandra Raspetti
















































