Dalle STEM alle humanities: un cambio di prospettiva
Per decenni, il consiglio è stato univoco: studia qualcosa di utile. Medicina, ingegneria, informatica.
Chi sceglieva lettere, filosofia o storia dell’arte veniva accolto con un sorriso di sufficienza e la domanda retorica che tutti conoscono: “e con quello, che ci fai?”.
La risposta, oggi, inizia a essere interessante.
Le professioni più esposte all’intelligenza artificiale
Il punto di partenza è proprio chi avrebbe dovuto essere al sicuro.
Prendiamo la finanza: le assunzioni sono rallentate in modo evidente per programmatori e analisti entry-level, ovvero i lavoratori i cui compiti l’IA sa svolgere con maggiore facilità.
Nel settore contabile, le quattro maggiori società di revisione britanniche hanno ridotto le assunzioni di neolaureati citando esplicitamente l’adozione di strumenti automatizzati.
Il quadro è chiaro: le professioni fondate su pattern recognition, analisi di dati strutturati e procedure formalizzabili sono esposte in modo diretto.
Lo stesso discorso vale per le professioni altamente specializzate, come i radiologi o gli ingegneri.
Il paradosso delle professioni creative
Ma il paradosso non finisce qui e riguarda anche chi si riteneva al riparo per ragioni diverse.
Secondo la ricerca Microsoft che ha mappato le professioni per compatibilità con le capacità attuali dell’IA, traduttori, storici e scrittori risultano tra i ruoli con punteggio più alto.
Il settore creativo è già sotto pressione concreta: illustratori, grafici, copywriter vedono il proprio lavoro eroso ogni giorno.
E anche il mondo dell’istruzione non è immune: alcuni studi classificano gli insegnanti di scuola media in fascia di esposizione media all’IA, non bassa.
Nel novembre 2025, il Tribunale di Roma ha riconosciuto legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo di una graphic designer il cui ruolo era stato reso superfluo anche grazie all’introduzione di strumenti di intelligenza artificiale — una sentenza che potrebbe fare scuola.
Intelligenza artificiale e benessere mentale
C’è di più.
Secondo un’indagine di Skuola.net su un campione di giovani italiani, uno su sei usa l’intelligenza artificiale quotidianamente per questioni legate al benessere mentale, rivolgendosi ai chat bot al posto degli psicologi — e, implicitamente, al posto degli insegnanti capaci di dare parole a quello che si sente.
Eppure, come osserva la psicoterapeuta Alice Ghisoni, il chat bot non è in grado di andare in profondità su tematiche complesse, perché non ha realmente idea della persona con cui sta parlando.
E la stessa cosa vale per l’insegnamento.
Le competenze che resistono
Il nodo, in fondo, è sempre lo stesso: l’IA eccelle nel riprodurre pattern — linguistici, visivi, analitici — ma le professioni che richiedono di leggere una persona, interpretare un silenzio, scegliere quale domanda fare in quel momento a quell’individuo, resistono.
Non per ragioni romantiche, ma strutturali.
Le materie umanistiche allenano esattamente questo: tollerare l’ambiguità, stare dentro la complessità senza dissolverla in fretta, riconoscere il contesto come parte integrante del significato.
Sono le stesse qualità che il World Economic Forum indica come prioritarie per il mercato del lavoro del 2030 — pensiero critico, adattabilità, intelligenza emotiva.
Una rivincita silenziosa
La stessa rivoluzione tecnologica che per anni aveva alimentato il mito della superiorità delle professioni STEM sta rivalutando, dati alla mano, quelle competenze che si era deciso di considerare ornamentali.
La rivincita degli umanisti, dunque, esiste.
Ma è più sottile di quanto si vorrebbe raccontare: non è un trionfo, è una sopravvivenza consapevole.
In un’epoca in cui persino un tribunale ha dovuto stabilire quando una macchina può prendere il posto di un essere umano, forse la vera competenza rara è quella di capire quando una macchina non basta.
Ilaria Alleva