“Tutto vale, tutto scorre, nulla mai si perde: ogni atomo appartiene a me come a te e al tempo che non finisce.”
— Walt Whitman
Il tempo come ciclo, non come fine
Non ha inizio, non ha fine. Ha una proprietà impalpabile, eterea, non si lascia fermare, né trattenere, ma scorre tra le dita che vorrebbero afferrarlo. Se fosse un bimbo, avrebbe soltanto un anno e in un vortice di esplosioni, in un tripudio di suoni si saluta il suo breve tratto di vita e si festeggia un nuovo nato. È così che una linea può diventare un segmento: 2 punti a-b e l’infinito sembra annullarsi. Si chiama anno e, sia pure segmento, ha in sé l’essenza assoluta dell’infinito.
Capodanno tra riti e speranze
Segue un codice stabilito che ne definisce una scansione concordata ed accolta dalla maggior parte degli Stati presenti sul pianeta Terra. Rituali diversi, ma tutti all’insegna dell’allegria sfrenata, della “ammucchiata” godereccia, delle scorribande sonore con la certezza, in quel momento, che, quel tempo “neonato”, dia vita alle speranze tenute custodite e protette, realizzi un sogno, un progetto, cancelli le tracce di un pianto che ha amareggiato il tempo appena passato.
In quel passaggio di tempo che scorre, ma non passa si riversano le fragilità, le emozioni, esplodono le passioni, si illuminano perfino le illusioni.
Giano e la simbologia del nuovo inizio
È un momento di passaggio rappresentato da Giano, dio romano bifronte che demarca mirabilmente i due tempi: uno sguardo all’anno vecchio, lo sguardo all’anno nuovo. Ianuarius (gennaio) prende il nome da Janus, la divinità romana delle transizioni, della porta aperta per riflettere sul passato e pianificare il futuro.
Il 1° gennaio venne definito la “Porta dell’anno” (ianua anni) già dal 153 a.C. e ufficialmente riconosciuto, con la riforma del calendario voluta da Papa Gregorio XIII, nel 1582.
Riti propiziatori e superstizioni
Al termine di 365 giorni, all’ora zero, si fondono insieme storia, tradizione, simbolismo, una serie di atti che da tempo immemorabile hanno lo scopo principale di cancellare bui pensieri per inoltrarci in una atmosfera fittizia che promette un futuro luminoso.
Che si tratti di un brindisi, di un piatto di lenticchie, di chicchi d’uva, di un fuoco d’artificio, ogni gesto compiuto nella notte tra il 31 dicembre e il 1º gennaio esprime il desiderio condiviso di cominciare un nuovo ciclo con speranza e rinnovata energia.
Ma non basta: era in uso cancellare il tempo passato con la eliminazione di oggetti ritenuti vecchi e inutili. Sono ricordi di infanzia, ma chiari e nitidi ancora, il rumore di cocci, la frantumazione di vetri, il tonfo di legni… e la strada, a volte così intasata, da non poter essere percorsa.
Si buttavano dalle finestre piatti, bicchieri, sedie perché il rumore così prodotto fosse monito agli spiriti maligni di non oltrepassare la linea di confine tra passato e futuro.
Superstizione, desideri e rinascita
Quest’uomo, così grandioso nella sua sfera intellettiva, era ed è sempre preda di superstizioni, di paure ataviche che tenta di annullare con gesti scaramantici per propiziarsi la fortuna.
Ogni fine anno, ad un bilancio provvisorio, tornano in mente episodi del passato e, quando essi appaiono più tristi che belli, ci si avvinghia ad una speranza… è la speranza del gioco “gratta e vinci”, della lotteria, del gioco del lotto, è la speranza del cambiamento, della ricompensa dovuta per una vita ritenuta il più delle volte matrigna.
La porta che si apre alla rinascita
La “Porta”, che Giano apre ogni 365 giorni, dovrebbe in realtà ricordarci che ancora una volta abbiamo l’occasione per rinascere di nuovo, per rinnovare quel patto con la vita che ciascuno di noi ha accettato dal primo vagito.
Pablo Neruda ci ricorda:
“Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno…. Chiedo il permesso di rinascere, di tornare a vivere tra i fiori, tra le mattine soleggiate, tra le strade invase dal profumo della primavera”.
È quanto dovrebbe essere in ogni angolo di questo nostro pianeta, è il grido di quei popoli che, alla deriva e alla disperazione, vorrebbero semplicemente ritrovare un camino acceso, una tavola imbandita, un sorriso sul viso di ciascuno, una carezza ai sopravvissuti… e la Porta che si apre su una terra risanata, senza scheletri di case, senza anime dilaniate.
Sandra Raspetti