Le parole come veicolo di storia
La lingua non è solo un insieme di parole, ma anche una memoria collettiva in cui rimangono impresse storie, vicende e personaggi, che si sono trasformati in vocaboli d’uso comune. Spesso nella quotidianità ci troviamo ad usare dei termini senza sospettare minimamente che dietro si nasconda una persona o un episodio, curioso o drammatico che sia.
Dall’Irlanda dell’Ottocento al fronte della Grande Guerra
Uno degli esempi più celebri è quello che ricorda l’ex capitano dell’esercito di Sua Maestà, Charles Cunningham Boycott, amministratore di terreni nell’Irlanda dell’Ottocento, il quale, nel 1880, impose condizioni durissime a chi lavorava le sue terre, in risposta alle quali la comunità locale, in toto, decise di ribellarsi in modo non violento, ostracizzandolo: nessuno lo serviva più, o gli parlava, o gli vendeva nulla. Quell’atto di rifiuto collettivo divenne famoso come boycotting, termine adottato anche nella lingua italiana con il verbo “boicottare”.
Un altro caso è legato alla Grande Guerra, quando i soldati italiani chiamavano “cecchini” i tiratori scelti dell’esercito austro-ungarico. Soprannome che nasceva dall’ironia nei confronti dell’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria, soprannominato “Cecco Beppe” dai fanti italiani. In seguito, il diminutivo “cecchino” passò dall’indicare genericamente i soldati nemici, al riferirsi ai soli tiratori di precisione, fino a diventare parola di uso quotidiano.
Parole nate da nomi propri
Ma la lista è molto più lunga. In Francia, il medico Joseph-Ignace Guillotin che non inventò la macchina per le esecuzioni ma la propose solo come strumento più rapido e meno doloroso, vide il suo cognome trasformarsi in “ghigliottina”. L’architetto François Mansart ha dato origine alla “mansarda”, grazie ai tetti inclinati delle soffitte che rese abitabili, mentre James Brudenell, settimo conte di Cardigan, è entrato nella lingua di uso comune grazie al golfino aperto sul davanti che sfoggiava durante la guerra di Crimea e che divenne poi di gran moda.
Quando l’ironia e il paradosso diventano lingua
Ci sono poi i casi in cui il nome perdura nella lingua attraverso il paradosso. Jacques de La Palice, maresciallo francese caduto a Pavia nel 1525, fu celebrato da una canzone che recitava “se non fosse morto, sarebbe ancora in vita”. Un errore di trascrizione e la vena satirica portarono all’aggettivo “lapalissiano” per indicare un’ovvietà talmente evidente da risultare scontata.
Da silhouette a sandwich: viaggi linguistici
Non meno curioso è il destino di certi cognomi diventati termini internazionali: “silhouette” che deriva dal ministro francese Étienne de Silhouette, che amava tagliare profili in carta nera, mentre il panciotto si è diffuso anche grazie al diplomatico francese Jean-Baptiste Ponsot. La stessa sorte è toccata a Sandwich, conte inglese appassionato di carte, che non voleva alzarsi dal tavolo da gioco: per lui si inventò un pasto rapido tra due fette di pane, ed ecco il “sandwich”, parola anglosassone presa in prestito dalla lingua italiana.
Mausoleo, nicotina e altre storie
Non vanno poi dimenticati termini come “mausoleo”, che ricorda Mausolo, satrapo dell’Asia Minore, la cui tomba divenne una delle sette meraviglie del mondo, o “nicotina”, dal nome di Jean Nicot, ambasciatore francese che introdusse il tabacco alla corte di Caterina de’ Medici.
Conclusione
Ogni parola è di per sé un piccolo condensato di storia. Quando diciamo “boicottare”, “cecchino”, “lapalissiano” o “cardigan”, non stiamo solo parlando, ma evocando, quasi sempre senza neppure saperlo, contadini irlandesi in rivolta non violenta, soldati italiani al fronte, cortigiani francesi, etc. di secoli lontani. La lingua conserva le storie e i volti del passato, e ce li restituisce sotto forma di parole, e chissà quali nuovi storie verranno raccontate in futuro attraverso di essa.
Alessia Melasecche