L’Europa fragile e il dialogo con l’intolleranza
L’Europa che oggi si scopre fragile, attraversata da nuove guerre, da nazionalismi aggressivi e da un mercato globale sempre più instabile, è anche l’Europa che per anni ha scelto di parlare con chi non credeva nel dialogo. Una coincidenza? O il risultato di una sottovalutazione profonda?
Il ruolo della parola pubblica
Per molto tempo abbiamo celebrato l’idea che ogni voce meritasse spazio. Talk show, social network, dibattiti pubblici: la parola è stata concessa anche a chi metteva in discussione diritti fondamentali, pluralismo, convivenza. Pian piano sono state abolite delle barriere considerate invalicabili (basti guardare ciò che accade quando si parla di professioni specialistiche e ognuno, anche chi è completamente ignorante in materia, si sente in diritto di esprimere un’opinione). In nome di cosa? Della libertà di espressione, certo. Ma può una società sopravvivere se offre legittimità a chi la considera un errore da correggere?
Popper e il paradosso della tolleranza
Karl Popper lo aveva detto senza ambiguità: non si può essere tolleranti con gli intolleranti. Eppure lo abbiamo ascoltato distrattamente. Il paradosso della tolleranza non è un sofisma filosofico, ma un avvertimento concreto: tollerare l’intolleranza significa, alla lunga, permetterle di distruggere la tolleranza stessa. Non perché le idee “sbagliate” vincano nel libero confronto, ma perché non giocano secondo le stesse regole. Chi rifiuta il principio di reciprocità non discute per convivere, discute per imporsi.
Società complesse e fiducia collettiva
Dal punto di vista sociologico, la questione è meno astratta di quanto sembri. Le società complesse funzionano grazie alla fiducia: nelle istituzioni, negli altri, nel futuro. Quando il discorso pubblico si riempie di narrazioni escludenti, di identità contrapposte, di nostalgie autoritarie, quella fiducia si sgretola. Il “noi” si restringe, il “loro” diventa una minaccia. E quando il conflitto simbolico viene normalizzato, quello reale non è più impensabile.
Il microfono non è mai neutro
Davvero pensavamo che dare un microfono fosse un atto neutro? Che trasformare l’intolleranza in opinione rispettabile non avrebbe avuto effetti? La storia europea suggerisce il contrario. Le parole preparano il terreno, rendono dicibile ciò che prima era inaccettabile, abituano l’immaginario all’idea che la forza possa tornare a essere una soluzione.
Difendere il dialogo, ma con regole
Popper non invitava a tappare la bocca, ma a difendere la società aperta da chi la considera una debolezza. Forse il nostro errore non è stato dialogare, ma dimenticare che il dialogo ha dei presupposti: il riconoscimento dell’altro, il rifiuto della violenza, il rispetto di regole comuni, in diversi casi anche l’umiltà di riconoscere quando è il caso di tacere e ascoltare, piuttosto che parlare.
Apertura o ingenuità?
Dare la parola a chi, in passato, ce l’avrebbe tolta con la forza non è stato un gesto innocente. È stata una scommessa culturale. Oggi, mentre ne paghiamo il prezzo, la vera provocazione è questa: siamo ancora capaci di distinguere tra apertura e ingenuità? O continuiamo a chiamare progresso ciò che, lentamente, ci ha resi più vulnerabili?
Ilaria Alleva