L’innovazione vista da vicino
Lavoro quotidianamente con ricercatori, imprenditori, innovatori di tutta Europa, persone che parlano il linguaggio della scienza, della tecnologia, e della competitività globale, ascolto di progetti, brevetti, modelli di business, strategie di crescita.
Si parla di trasferimento tecnologico, di capitale umano, di ecosistemi dell’innovazione, di Europa e di futuro. Sono tematiche importanti e necessarie.
Poi, quasi per caso, mi capita tra le mani un libriccino. Non un manuale di management, non un saggio sull’innovazione scritto da un famoso guru americano della Silicon Valley o da un professore di Harvard, non una biografia celebrativa da grande industria.
Un libretto semplice (e non commercializzato), dal titolo diretto: Io c’ero – Piccola storia di una piccola azienda industriale, firmato da Rosildo Centinari. La storia della CEPLAST, una realtà ternana, quindi “domestica”.
Una storia che parla di impresa e di vita
Già dalla copertina si intuisce che non si tratta soltanto della storia di un’impresa, ma di un pezzo di vita vissuta: un edificio industriale, un’insegna, un nome, un’appartenenza.
Dentro quelle pagine non c’è solo la memoria di un’azienda ma una piccola lezione su cosa significhi essere imprenditori.
Non l’imprenditore come figura retorica, né come protagonista da convegno, ma l’imprenditore come persona che mette insieme competenze, relazioni, intuizioni, sacrifici.
Che costruisce giorno dopo giorno e che non sempre ha tutte le risposte, ma sa porsi le domande giuste, che non aspetta condizioni ideali, perché sa che le condizioni ideali, quasi mai, esistono davvero.
La forza della continuità
Nelle pagine del libretto compaiono luoghi di lavoro, cancelli, reparti produttivi, uffici, macchinari, persone.
Ma soprattutto si percepisce una continuità: quella tra chi immagina, chi organizza, chi produce, chi vende, chi accompagna l’impresa nel tempo.
Ed è qui che la storia locale diventa emblematica.
Perché molto di ciò di cui oggi parliamo nei contesti europei dell’innovazione come la capacità di fare rete, l’adattamento ai cambiamenti, la valorizzazione delle competenze, la relazione tra territorio e mercato, in realtà è già stato, attraverso esperienze come questa.
Esperienze nate lontano dai riflettori, ma fondate su ingredienti che nessuna trasformazione tecnologica può rendere superati: impegno, costanza, dedizione, lungimiranza.
Il coraggio di investire nel futuro
E anche una certa dose di coraggio, quel “buttare il cuore oltre l’ostacolo” che spesso viene evocato con leggerezza, ma che nella vita d’impresa ha un significato preciso.
Vuol dire investire quando non si hanno certezze, vuol dire assumere persone sapendo che dietro ogni scelta c’è una responsabilità, vuol dire resistere alle crisi, rinnovare macchinari, cambiare mercati, imparare linguaggi nuovi.
Vuol dire non confondere la prudenza con l’immobilismo.
Le persone al centro dell’impresa
C’è un aspetto che colpisce particolarmente: la presenza delle persone.
Non solo i fondatori o i protagonisti principali, ma la comunità aziendale, il che restituisce immediatamente il senso di un’impresa non come entità astratta, ma come organismo umano.
Oggi si parla moltissimo di innovazione, ma l’innovazione non vive nel vuoto.
Ha bisogno di persone che la rendano possibile: quindi di imprenditori che sappiano interpretare il cambiamento senza perdere il rapporto con la realtà, di lavoratori competenti, di tecnici, di amministrativi, di commerciali, di famiglie che sostengono, di territori che accompagnino o, almeno, che non ostacolino.
Una memoria utile al futuro
In questo senso, questa storia ternana ci ricorda che dietro ogni parola moderna (startup, scale-up, trasferimento tecnologico, industria 4.0, competitività) c’è la cultura del fare, del fare bene, e del fare anche quando sarebbe più semplice rinunciare.
Non è nostalgia, tutt’altro.
È memoria utile al futuro.
E allora quel piccolo libretto che è arrivato tra le mie mani quasi per caso, diventa il promemoria concreto di ciò che spesso, per mestiere, si racconta a parole: l’impresa non è solo economia, è visione, rischio, responsabilità, è un atto di fiducia verso il futuro.
La lezione della CEPLAST
A volte bisogna andare in giro per l’Europa, incontrare ricercatori e imprenditori, ascoltare le parole dell’innovazione, per poi scoprire che una parte essenziale di quella lezione era già molto vicina, in una storia ternana, in un’azienda, in un libretto, in una frase:
Io c’ero.
Alessia Melasecche