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I vestiti di Dimitri nella città del ghiaccio

Harbin è l’estremo avamposto cinese in Manciuria, è la penultima stazione della Transiberiana, prima di Vladivostok, nonché il centro di costruzione della ferrovia orientale cinese. La città è stata costruita dagli ingegneri russi e popolata in gran parte dai bolscevichi bianchi in fuga dal regime di Lenin e da emigrati europei. Proprio per questo incrocio di culture, a inizio Novecento a Harbin si parlavano 47 lingue. Ancora oggi è conosciuta come la Mosca d’Oriente, ha un’architettura che riprende lo stile art déco ed è probabilmente l’unico posto in tutta la Cina dove si beve il caffè, bello caldo perché la temperatura scende anche a 60 gradi sotto lo zero.

C’è un fiume che la separa dal territorio russo, ma né la Cina né la Russia hanno deciso a chi spetti costruire un ponte, il problema non è urgente perché il fiume quasi tutto l’anno è ghiacciato e lo si può attraversare a piedi.

L’incontro con Dimitri e il contrabbando quotidiano

In Ai confini del mondo (Il Mulino), il giornalista Marco Lupis racconta la sua tappa a Harbin prima di andare nella famigerata isola di Sachalin. In un appartamento incontra Dimitri, un ragazzo russo che si presenta infagottato con quello che sembra un doppio maglione, ma non per il freddo: quando comincia a spogliarsi, Lupis di maglioni ne conta ben quattro, portati uno sopra l’altro. Dimitri è in realtà molto magro e riesce a indossare nove paia di jeans, cinque giubbotti e, sotto a tutto, una tuta jogging; è quella che vuole vendergli! Quello che indossa è il campionario di merci di contrabbando con cui ogni giorno attraversa il fiume Amur. Non ci sono mai controlli alla frontiera. Harbin è un buon mercato, attira molti turisti grazie il famoso festival del ghiaccio e delle nevi.

Verso Sachalin: l’isola dei diavoli volanti

Marco Lupis si rimette in viaggio verso l’isola nera e rocciosa di Sachalin, detta “isola degli scogli neri” o anche “isola dei diavoli volanti”. È un posto maledetto, inospitale, dove non batte mai il sole. Lo scrittore Anton Cechov volle visitarla, era una colonia penale (la katorga) istituita dal regime zarista vent’anni prima del suo viaggio, vi scrisse un celebre resoconto, L’isola di Sachalin (Adelphi).

Deportazioni, sfruttamento e conflitti irrisolti

Il Giappone conquistò l’isola nel 1905 e vi deportò degli schiavi coreani per lavorare nell’estrazione di petrolio e oro. Quando l’isola passò alla Russia e la Corea del Sud divenne uno stato indipendente (sotto la protezione degli USA), i russi non rimpatriarono gli operai nel loro paese d’origine (divenuto alleato del nemico), ma li trattennero a forza e “convinsero” dei giovani provenienti dalla nuova Corea del Nord comunista a trasferirsi a Sachalin dietro la promessa di lauti compensi.

La collaborazione tra vecchi e nuovi coreani non funzionò, quelli di prima generazione, ormai assimilati alla cultura russa, trattarono i nuovi arrivati con disumanità, non ci fu integrazione e ancora oggi l’esile tessuto sociale dell’isola soffre di un conflitto latente. Non è una terra ospitale, scrive Lupis, nulla vi attecchisce e chi non ha piantato le proprie radici in un luogo non si sentirà mai a casa e non avrà mai nostalgia della terra natia, due sentimenti a cui l’uomo non può rinunciare.

Francesco Patrizi

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