Carnevale e lo specchio di Dioniso: La maschera che rivela

Febbraio è un mese di soglia. Mentre la terra custodisce la spinta dei semi pronti a germogliare, irrompe il Carnevale, la festa più inquieta e vitale dell’anno: un tempo in cui ciò che sembra immobile sta preparando una nuova nascita.

Il Carnevale affonda le radici nelle antiche feste pagane che celebravano la fertilità della terra. E’ un limbo sospeso tra ciò che muore e ciò che sta per rinascere.

Il mito rimanda a Dioniso. Conosciuto come dio del vino e dell’ebbrezza, è soprattutto il dio della trasformazione, che sopraggiunge all’improvviso e sconvolge. Il suo simbolo è la maschera: nell’antichità la sua immagine agiva come uno specchio dell’anima. Indossare un volto diverso permetteva di “uscire da sé” per incontrare forze istintive e creative che la vita sociale tende a tacitare.

Anche l’etimologia racconta un passaggio: carnem levare, “eliminare la carne”, indicava l’ultimo banchetto prima del digiuno quaresimale. Erede delle feste dionisiache e dei Saturnali, il Carnevale è il momento in cui l’ordine si sospende e l’impossibile diventa lecito: il servo si fa padrone, l’adulto torna fanciullo, il folle saggio, il povero re. “Una volta l’anno è lecito impazzire”: prima della rinascita è necessario il disordine, prima della luce occorre attraversare l’ombra.

La maschera diventa allora metafora della psiche. Rappresenta la nostra “Persona”, il volto che mostriamo al mondo; ma quando si irrigidisce, può trasformarsi in un’armatura che soffoca l’anima.

Il Carnevale è un tempo sacro che invita a dare spazio al coro di voci che ci abita. Il rito ci ricorda che per rinascere occorre il coraggio di guardare le proprie maschere e accoglierle senza pregiudizi.

Divertiamoci allora a indossare una maschera, dando corpo a ciò che dentro di noi ha bisogno di emergere.

Daniela Orientale