
Nel cuore della Valnerina, nell’antica abbazia di San Pietro in Valle, vicino a Ferentillo, nel territorio dell’ex Ducato di Spoleto, si conserva un’opera scultorea di eccezionale valore storico, artistico ed antropologico: il paliotto d’altare di Ursus Magester.
L’abbazia di San Pietro in Valle e il contesto storico
La chiesa abbaziale, costruita per volontà del duca longobardo Faroaldo II sui resti di un antico insediamento preromano, divenne con i longobardi il più importante centro monastico di spiritualità ed arte nella Valle del fiume Nera. Nella chiesa abbaziale possiamo ancora oggi ammirare una stratificazione storica di eccezionale valore che va dal Thesaurus della Tribù Quirina, ai sarcofagi romani riutilizzati in età longobarda per la sepoltura dei duchi di Spoleto fino agli affreschi romanici più antichi dell’Umbria, datati al 1190, custodi di importanti innovazioni stilistiche pregiottesche.
L’altare di Ursus Magester: un unicum nell’arte medievale
In questo scenario di commistione tra tradizioni romane, longobarde e altomedievali emerge l’altare di Ursus Magester: un unicum significativo nell’arte medievale italiana che ci consente di osservare in un opera d’arte (per la prima volta) il committente e l’autore dell’opera scolpita.
L’altare è costituito da due lastre marmoree istoriate a bassorilievo, poste alla base della mensa presbiteriale. Sulla lastra frontale scorre un’iscrizione latina che ci offre informazioni tanto sulla committenza quanto sull’autore:
Ilderico Dagileopa in honore + sancti Petri et amore sancti Leo et sancti Gregorii + pro remedio animae + Ursus magester fecit.
Committenza e firma dell’artista
La prima parte della scritta presenta Ilderico (Hildericus) Dagileopa, duca di Spoleto tra il 739 e il 742, come donatore dell’altare, offerto in onore di San Pietro e per l’amore dei santi Leone e Gregorio, con una formula devozionale finalizzata alla salvezza dell’anima.
La seconda parte, invece, riporta la firma dell’artista: “Ursus Magester fecit”, ovvero “Il maestro Orso l’ha fatto”, una delle rarissime attestazioni di firma di un autore nell’arte medioevale italiana.
Iconografia e interpretazioni tradizionali
La rappresentazione visiva è ricca di simbolismi: la lastra frontale è scandita da tre grandi flabelli decorativi tra i quali si ergono due figurine maschili stilizzate con le braccia levate, petto nudo e indosso un corto gonnellino, inserite in un fitto motivo vegetale e circondate da croci decorate. Una delle figure impugna uno strumento appuntito — interpretato da alcuni come scalpello, segno dell’attività dello scultore stesso —, suggerendo così che essa rappresenti lo scalpellino Ursus. L’altra figura potrebbe raffigurare lo stesso duca Ilderico in atto di preghiera o, secondo altre letture, dopo aver ricevuto il battesimo.
La nuova ipotesi interpretativa
Recentemente è stata avanzata una nuova ipotesi interpretativa sulla identificazione delle due figurine umane dell’altare, elaborata dalla Prof.ssa Scortecci dell’Università degli Studi di Perugia.
Il nuovo studio identifica, nella figura di sinistra, non il semplice scalpellino Ursus bensì lo stesso duca Hilderico in abiti militari. Quello che è sempre stato identificato come scalpello sarebbe in realtà lo scramasax, simbolo del potere militare longobardo. Le due figure rappresenterebbero dunque lo stesso personaggio in due momenti distinti: il duca guerriero e il duca convertito, divenuto monaco dell’abbazia di San Pietro in Valle.
Conversione, papato e storia longobarda
Questa interpretazione ricollega l’altare alla leggenda secondo cui i duchi longobardi di Spoleto si ritiravano in abbazia per convertirsi al cristianesimo come atto di sottomissione al Papa. Non a caso, Gregorio e Leone furono i due Papi che più favorirono l’avvicinamento dei longobardi alla fede cristiana.
È un periodo cruciale della storia longobarda, segnato dalle tensioni con il papato e dai tentativi di mediazione, come l’incontro tra il re Liutprando e Papa Zaccaria a Terni.
Cosa volessero realmente comunicare il maestro Ursus e il duca Hilderico con l’altare di San Pietro in Valle resta ancora oggi un mistero che continua ad affascinare storici e archeologi.
Sebastiano Torlini














































