Viviamo in un Mondo che Cambia – Antropocene

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Miniera di diamanti

Alba del terzo millennio. L’impatto delle attività umane sull’ecosistema naturale è divenuto così significativo da ritenere che siamo in una “nuova” Terra, basata su equilibri diversi da quelli precedenti e dove l’uomo è divenuto un elemento centrale.

Da qualche tempo, ciò ha indotto gli scienziati a chiedersi se questo costituisca un cambiamento geologico profondo (come descritto nell’articolo “Dalla Tettonica delle Placche alle nostre terre appenniniche”) a tal punto da aver impresso i suoi segni negli strati geologici del pianeta, tanto da giustificare la definizione di una nuova epoca nella stratigrafia mondiale: l’Antropocene.

La nuova epoca seguirebbe quella precedente, l’Olocene, ancora in corso e che, secondo i geologi, iniziò 11.700 anni fa con il ritiro dei ghiacciai caratteristici dell’ultima fase glaciale del Pleistocene.

L’istituzione di una nuova epoca geologica non costituisce una semplice formalità, né si tratta di una questione puramente accademica. Se è vero che l’influenza umana sull’ambiente risulta tale da indurre a misurare effetti vecchi solo di qualche secolo insieme ai grandi cambiamenti che caratterizzano l’evoluzione del pianeta, in cui le unità di tempo vengono misurate in milioni o decine di milioni di anni, allora dovremmo essere seriamente preoccupati. Di fatto, l’umanità tecnologica ed industrializzata ha modificato non di poco la composizione chimica dell’atmosfera, la fisica degli oceani, la morfologia del paesaggio, il drenaggio superficiale delle acque continentali e, in generale, gli equilibri della biosfera. In pratica ha alterato i sistemi della Terra, in un tempo assai breve rispetto ai tempi geologici, con l’immissione di enormi quantità di alluminio purificato, “mineraloidi” come le plastiche e i vetri, cemento, asfalto, particelle carboniose derivanti dalla combustione di idrocarburi fossili e carbone, insetticidi e particelle radioattive liberate, per la maggior parte, da test nucleari.

L’International Commission on Stratigraphy, autorità mondiale competente per la cronologia geologica, è al lavoro ormai da una decina di anni per valutare se, ed in quale entità, l’impatto umano lascerà un chiaro e tangibile segno “fossilizzato” negli strati geologici e se questo potrà essere chiaramente riconoscibile fra decine o centinaia di milioni di anni. Immaginiamo un ipotetico geologo del futuro che, con il suo martello, potrà campionare o scavare tale livello per ricostruire le varie fasi della storia geologica di questo pianeta. Allo stesso modo di come noi oggi tentiamo di interpretare le tracce del passato, per ricomporre la sequenza degli avvenimenti nel corso del tempo, analizzando le caratteristiche degli strati rocciosi ed il loro contenuto fossilifero.

Di per sé, l’istituzione di un nuovo livello geologico da parte della Commissione può essere ritenuta, quella sì, un atto formale; il fatto eclatante, però, è che essa testimonia una realtà ineluttabile e cioè che con la presenza dell’uomo la Terra sembra tendere, sempre di più, all’inasprimento di alcune delle sue principali dinamiche. Come se nel frattempo si fosse aggiunta un’anomalia nel contesto generale. La nostra specie, che fino a qualche decina di migliaia di anni fa poteva essere considerata un attore del tutto secondario nel panorama biologico terrestre, oggi si colloca al vertice della catena alimentare, dominante fra i predatori sia terrestri che marini.

Nel processo di colonizzazione, praticamente di tutte le terre emerse del pianeta, abbiamo rimescolato una tale quantità di forme di vita selvatiche che il risultato è stato una omogeneizzazione della biologia del mondo. Inoltre, con tutte le nostre attività stiamo sterminando un numero così elevato di specie che, di qui a breve, l’impatto sulla biodiversità potrebbe essere paragonabile all’estinzione avvenuta alla fine del Cretaceo. Tanto per capirci, quella che coinvolse anche i dinosauri. Se questo non vi sembra abbastanza grave, sappiate che, dal punto di vista stratigrafico, questo si leggerà come un netto passaggio da un assemblaggio di specie fossili ad un altro.

E, a proposito di fossili, noi stiamo producendo “tracce fossili” ad un livello finora sconosciuto sulla Terra, assimilabili alle impronte di dinosauro o alle tane scavate dai vermi limivori sul fondo del mare. Basti pensare alle miniere, alle cave a cielo aperto e alle perforazioni effettuate nella crosta terrestre che penetrano per chilometri lasciando cicatrici permanenti.

Oppure pensiamo ai centri urbani che si riflettono nel sottosuolo con le fondamenta, i complessi sistemi di tubazioni e le fognature o i sistemi di gallerie per il trasporto sotterraneo. Tutti questi spazi vuoti nel tempo verranno riempiti con sedimenti diversi rimanendo ben distinguibili all’interno degli strati rocciosi. In senso inverso, invece, pensiamo alle discariche che, nel tempo, vanno a costituire vere e proprie colline modificando il paesaggio, l’ambiente e i microclimi.

Non meno importante, abbiamo anche alterato, in generale, la percezione dell’ambiente circostante con l’utilizzo della luce artificiale, non solo per noi stessi ma anche per una buona parte del mondo animale e vegetale.

Insomma, un cambiamento alquanto profondo nelle strutture della biosfera, della litosfera e dell’atmosfera del pianeta e, purtroppo per noi, dalle conseguenze tanto incalcolabili quanto imprevedibili.

Alcuni studiosi paragonano questo nuovo assetto a quello che si ebbe intorno ai 2 miliardi di anni fa con il passaggio da un’atmosfera riducente, cioè priva di ossigeno, ad una con ossigeno libero in costante aumento. Responsabili di questa “crisi” furono, all’epoca, gli organismi fotosintetici, probabilmente alghe azzurre, che iniziarono a produrre ossigeno come gas di scarto, lo stesso gas che oggi noi respiriamo. Questa grande trasformazione della biosfera ebbe come risultato lo sterminio di un gran numero di organismi “inefficienti” che non potevano resistere all’ossigeno libero.

La differenza con quanto accade oggi è che i primi organismi fotosintetici produttori di ossigeno erano già immuni agli effetti letali del nuovo gas venefico, ma la stessa cosa non si può dire di noi con i gas serra.

Meditate gente, meditate.

Certo, questo nostro essere preda di umori di tipo distruttivo non promette niente di buono. L’antico esempio dovrebbe indurre l’unico animale autocosciente che l’evoluzione ha prodotto ad utilizzare diversamente quel cervello così potenzialmente dotato, piuttosto che continuare a dare spazio alla gara di stupidità che attualmente ci vede protagonisti all’inseguimento ed alla conquista dell’assolutamente inutile. In caso contrario, saremo stati artefici della nostra autodistruzione pur conservando un posto d’onore in qualche strato geologico collocato sopra a quelli contenenti ossa fossilizzate di dinosauri.
Un successo veramente straordinario!

Enrico Squazzini
Centro Ricerche Paleoambientali di Arrone

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