Terni e… il non finito

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Michelangelo con il suo non-finito, ha fatto dei capolavori: il suo non-finito è stata la misura della sua arte. Basti pensare alla forza espressiva dei Prigioni o della Pietà Rondanini, per rendersi conto come questa tecnica avesse tutta la compiutezza del finito, come fosse una scelta cosciente dell’artista che così caricava le sue opere di una potenza creativa ed espressiva non comune. Non ha la stessa valenza artistica il non-finito di Terni. Un rapido e triste elenco: la metropolitana di superficie, il teatro Verdi, la fontana di piazza Tacito, le aiuole e il verde dei giardini e delle rotonde, la bretella che dovrebbe congiungere via del Centenario alla Marattana, il cosiddetto Tulipano e tante altre non so che cosa.

Chi ha letto gli articoli scritti in questi anni di collaborazione con La Pagina, sa bene quanto io abbia esaltato la bellezza di Terni, con quanta passione ho invitato le persone a osservare con nuovi occhi e con più attenzione quello che avevano intorno: monumenti, affreschi, chiese e palazzi e anche il risanamento di quartieri o il riuso di fabbriche dismesse. Lo slogan Terni è bella è stata quasi una costante, il mio invito a far conoscere ed amare ai cittadini questa città. Sono stata spesso accolta con un sorriso ironico e, sebbene non abbia lesinato le critiche e messo in luce le cose che non andavano, sono stata giudicata troppo positiva, troppo dolce. E allora oggi desidero unirmi al coro degli scontenti e di tutti quelli che io amo definire contro (e sono la maggior parte), riconoscendo loro il merito di stimolare gli amministratori e di mettere in evidenza come questa bella e antica città si sia addormentata, stia gradatamente subendo un degrado che è fisico e culturale.

Ma andiamo con ordine. Guardiamo alla favola della metropolitana di superficie che chiamerei l’incompiuta o la metropolitana fantasma (tratta Terni-Cesi sulla linea della vecchia Centrale Umbra con ben nove stazioni intermedie). Avrebbe dovuto essere attivata nel 2002. Sono state realizzate stazioni e creati sottopassi, oggi in stato di abbandono e degrado. Il resto è stato rimandato di anno in anno (ora si parla del 2018) e per molto tempo non è stata attiva neanche la vecchia linea ferroviaria. Solo da pochissimo ha ricominciato a essere riutilizzata con una carrozza talmente brutta che ho rimpianto quando questo trenino, che aveva accompagnato per anni studenti all’Università di Perugia e operai alle fabbriche di Terni, era stato dipinto con i soliti graffiti colorati che almeno mascheravano il grigio scorticato della carrozza.

La fontana di piazza Tacito: di essa tutti ricordiamo le belle cartoline che diffondevano l’immagine di Terni nel mondo. Era il simbolo della città con il suo pinnacolo d’acciaio, i suoi mosaici disegnati da Cagli, l’acqua che scendeva nella vasca come una cascata. Tante sinergie in campo per il suo restauro e per la messa in sicurezza, tanti progetti e rimpallo delle responsabilità: di fatto la situazione è in stallo e sono anni che è chiusa dietro tabelloni di legno utili solo alla pubblicità.

Parlare del teatro Verdi dà tristezza. L’opera di Luigi Poletti è chiusa dal 2011 e, pur essendo stati effettuati lavori di consolidamento della staticità del pronao della facciata, attende un restauro e una riqualificazione che, tenendo conto delle normative di sicurezza, vede contrapposti due orientamenti progettuali o, per semplificare, due fazioni: chi vuole il ripristino della struttura interna originaria (recupero filologico) “ammirata per sobrietà ed eleganza” e purtroppo andata perduta con i bombardamenti dell’ultima guerra, e chi vuole un ampliamento che dovrebbe integrarsi con lo spazio circostante in una visione più moderna e flessibile. Intanto gli spettacoli vengono rappresentati nel teatro Secci, un teatro non adeguato a molte rappresentazioni tradizionali perché concepito senza sipario, con quinte strette e con molti altri problemi di fruibilità noti a chi ci lavora.

Forse sta succedendo per il teatro quello che successe per la Bibliomediateca quando si scontrarono due opposte visioni: chi voleva la torre dell’orologio come era un tempo svettante sull’antico Palazzo Comunale, chi voleva una progettazione moderna. Si scontenta sempre qualcuno, ma almeno è stata fatta.

Per quanto riguarda le aiuole e le rotonde, qualcosa si muove, ma troppo poco: il verde incolto sta nascondendo le aiuole un tempo orgoglio della città e temo che troppa acqua dovrà passare sotto i ponti per riportare il verde cittadino al suo stato di godibilità. E che dire della bretella che congiunge via del Centenario alla Marattana? Dopo anni di lavori -interrotti perché erano stati riportati alla luce resti di Terni preromana- è stata aperta e inaugurata in pompa magna. C’è però un problema: non sbuca. E pensare che ci sono tutte le indicazioni stradali per arrivare alla zona di Maratta: alla fine della strada -bella, asfaltata, con corsia ciclabile e piazzole di sosta- dopo qualche centinaio di metri si arriva nel nulla e bisogna riprendere una delle vecchie stradine. Dunque è pressoché inutile, come è inutile il ponte che dovrà essere demolito e ricostruito perché non si trova al giusto livello della strada appena realizzata.

Ecco alcuni esempi -ma ce ne sono molti altri- del non-finito di Terni. Aspettiamo ancora: quo usque tandem… abutere patientia nostra? (fino a quando … abuserai della nostra pazienza?). Ho volutamente preso in prestito l’espressione di Cicerone nella 1^ Catilinaria perché esprime perfettamente il limite di sopportazione ormai ampiamente superato e ho volutamente messo i puntini di sospensione al posto del nome Catilina, perché ognuno possa inserire chi ritiene responsabile di ciò. Io penso che non ha importanza quale progetto risulti vincente sull’altro, perché ci sarà sempre la critica per quello che sarà stato realizzato e verrà scontentata una delle fazioni cittadine.

Io penso soprattutto che i cittadini abbiano perso la pazienza per questo immobilismo, per questo degrado. Essi sanno che non è questione di soldi perché alcuni di questi lavori sono già finanziati e spesso rifinanziati. Il malcontento serpeggia inarrestabile perché si percepisce l’inerzia, la trascuratezza, il pesante fardello della burocrazia e di stantie discussioni e rimandi nel tempo: tutti segnali che lasciano ormai pensare che, al fondo del problema ci sia la mancanza di un amore vero per questa città e per la sua crescita culturale.

I cittadini saranno comunque contenti se queste opere smetteranno di essere non-finite.

Loretta Santini

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