TATA

Un’amica romena residente in Italia è tornata in Romania a passare le sue ferie anche per rivedere i membri della sua famiglia. Ha postato una foto di lei col suo bambino insieme a un uomo attempato con sotto la scritta in romeno Cu tata. La traduzione: Con mio padre. Quindi in Romania il padre viene chiamato tuttora tata! Mi sono allora tornati in mente mia nonna e mio nonno paterni che raccontandomi le loro storie citavano spesso tata, ovvero il loro papà. Dopo di loro la parola tata l’avevo sentita pronunciare da persone più giovani in riferimento alla bambinaia che saltuariamente accudiva il loro bambino. Ho pensato allora che questa parola, comune a popoli così distanti tra loro, potesse dipendere dalla comune lingua latina parlata in epoca romana in buona parte dell’Europa. Infatti, trovo che l’imperatore Traiano (53-117) sottopone la Dacia all’Impero Romano tra il 101 e il 106 d.C. Secondo alcune teorie, è stata la presenza romana in Romania che ha reso possibile che il romeno sia oggi considerato un’isola di latinità in un oceano slavo.

Infatti, la Treccani dice che Tata, sostantivo femminile e maschile, non è altro che una duplicazione della sillaba ta, consueta nel balbettio e nel richiamo dei bambini, già presente nel latino Tata (maschile «papà» e «balio»), nel greco τάτα, e τέττα (con usi analoghi all’italiano tata e tato) e fin nel sanscrito tatah (plurale maschile -i). Voce infantile, usata con significati diversi nelle varie parti d’Italia: a. Al femminile, per indicare la balia, la bambinaia, la governante, la sorella maggiore o, più genericamente, la donna, diversa dalla madre, che si prende cura di un bambino. b. Al maschile, regionale e raro per indicare il padre (v. anche tato): aveva mandato a Napoli il figliuolo maggiore, con qualche soldo, ad assistere suo padre, il suo «tata», come là si dice (De Amicis). Leggendo sanscrito sono  tornato all’improvviso indietro nel tempo e nello spazio, quando l’amico professor Giampiero Raspetti, l’inventore de La Pagina (da alcuni letto come Lo Pogino) e da poco tempo scomparso, dissertava con la sua profonda conoscenza linguistica sull’origine di moltissime parole. La Pagina, se non ricordo male, derivava secondo lui dalla radice del sanscrito pa, dalla quale viene pugno, pecora, pagina, come concetto di unione, associazione che fa la forza del gruppo. Il rammarico per aver perso improvvisamente un uomo dalla cultura ad ampio raggio, che spaziava dalle scienze matematiche alle lingue, è ancora presente in tutti quelli che lo hanno conosciuto.

Quindi, continuando il ragionamento sullo strano nome di inizio articolo, possiamo dire che in Romania si usa ancora chiamare il proprio padre tata, mentre in Italia centrale, e in particolare nel ternano, tale uso sembra sia scomparso per lo meno da quando sono venuti a mancare sia i nati a fine 1800 che quelli nati nei primi anni del 1900. Quali considerazioni possiamo fare? Come ci sono gli archeologi che scavano i terreni alla ricerca dei tantissimi manufatti sepolti dalla polvere del tempo, così c’è chi “scava” negli antichi scritti o va a ricercare il significato di parole oggi in disuso ma che un tempo erano di uso comune. I linguaggi sono vivi e cambiano e si modificano col passare del tempo, così come cambiano le generazioni e i modi di pensare.

Vittorio Grechi