Siamo tutti ternani!

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C’era una volta una cittadina -siamo nella seconda metà dell’800- racchiusa tra le mura e il fiume Nera. Aveva palazzi signorili, il turrito palazzo Comunale, belle chiese, un nucleo centrale che gravitava intorno a piazza del Popolo e piazza Solferino (allora piazza del Mercato perché lì si radunavano ogni giorno le bancarelle di frutta e verdura); aveva alcune torri residue delle trecento che un tempo la caratterizzavano. Contava nel 1880 cica 15.000 abitanti. Era un centro agricolo artigianale con 36 mulini da grano e 46 da olio, una fabbrica di birra (Magalotti) e una sviluppata industria tessile: 15 filande per filo da seta con 400 operaie stagionali, il lanificio Pianciani (40 operai), il cotonificio Fonzoli-Guillaume (300 operai). Aveva anche un’industria metallurgica (la Ferriera pontificia sorta nel 1793 sul luogo ove poi si sarebbe sviluppata la SIRI).

Nel 1866 era stata creata la linea ferroviaria Roma-Ancona: la stazione di Terni fu costruita in aperta campagna, al di fuori delle mura cittadine.
Poi tutto cambiò: sorse a Terni la grande industria: 1881: Fabbrica d’Armi; 1884: Acciaieria; 1886: Soc. Industriale della Valnerina; 1886: Jutificio Centurini: 1890: Officine Bosco; 1897: Soc. per il carburo di calcio (acetilene).

Era la rivoluzione industriale favorita nella sua nascita soprattutto dalla ricchezza delle acque indispensabile per la produzione di forza motrice derivante dalla presenza della ferrovia e dalla lontananza dai confini.
Tra l’86 e il ‘90 arrivarono 7.000 operai e tecnici dalle campagne e dai paesi vicini, ma anche da Marche, Liguria, Romagna, Veneto per essere occupati nelle fabbriche, tanto che la popolazione raddoppiò in 10 anni.
Erano gli immigrati di allora!

Quale fu l’accoglienza? Quali furono i problemi?
La città era impreparata a tale rivoluzione che fu non solo economica, ma sociale e urbanistica. Il primo e più grave problema fu quello degli alloggi con le conseguenti gravi conseguenze sulla rete fognaria, sull’approvvigionamento idrico, sui servizi sanitari.
Infatti tutti questi operai con le loro famiglie alloggiarono nei sottoscala, nelle cantine, nelle stalle o costruirono baracche e capanne alla periferia della città o negli stessi orti cittadini. È da queste baraccopoli che poi si svilupparono i quartieri di S. Agnese, della borgata Cavallotti, di Borgo Bovio (già voc. Sèra), di borgo Garibaldi (S. Valentino).
L’antico ceto nobiliare, la borghesia agraria, la Cassa di Risparmio non assunsero iniziative, neppure nel campo dell’edilizia popolare. Bisognò attendere la fine dell’800 e i primi del ‘900 per vedere sorgere caseggiati ad opera soprattutto della Società cooperativa per la costruzione di case operaie e della stessa Acciaieria (Società Altiforni Fonderie Acciaierie di Terni).

La domanda è: ci fu accoglienza allora?
La popolazione locale fu piena di pregiudizi e spesso non fu tenera nei confronti degli immigrati. Fa fede la poesia di Furio Miselli che riportiamo a parte dove li invita ad andarsene, a ritornare a casa loro, visto che non fanno altro che parlare male di Terni.
Il poeta esprime il rimpianto per la “Terni che fu”, per “quilli tempi” in cui l’industria non aveva travolto e sconvolto la città dei vicoli, dei “mardarelli”, degli orti. Il tutto condito dalla malinconia e dalla rabbia dei ternani aborigeni (così si definiva anche lui) di fronte alla radicale trasformazione di Terni.

È certo un atteggiamento ostile del poeta di fronte all’abbrutimento della città, alle sue trasformazioni disordinate, allo sporco e al disordine, all’occupazione degli spazi aperti e di quegli orti dove avevo passato l’infanzia. Ed è vero che gli immigrati parlavano male di Terni: ma essi non avevano casa, né servizi igienici, né assistenza. Basta leggere la relazione che nel 1899 fa Giacomo Trotterelli, chimico igienista, direttore del Laboratorio municipale di sanità: “Disgraziatamente molti operai sono al presente accatastati dentro case prive di luce e di aria; oppure in buie e umili cantine. Quindi il rapido diffondersi di certe epidemie, una mortalità enorme, specialmente nei bambini; l’abbrutimento, l’alcolismo e anche l’immoralità di cui è causa inevitabile la promiscuità dei sessi. A mantenere tale stato di cose assai triste concorre, oltre alla scarsezza delle abitazioni, l’avidità di speculatori immorali che traggono gran profitto da case malsane”.

Per fortuna nel tempo le cose sono cambiate e oggi a Terni, luogo di incontro di genti e popolazioni diverse, siamo tutti ternani!
Oggi nessuno di noi è un immigrato: non un montefrancano e montecastrillese o un lugnanese o un veneto. Dobbiamo risalire ai nostri padri e madri e meglio ancora ai nostri nonni e bisnonni per sentirci forestieri.
I figli e i nipoti di quegli operai venuti a Terni nell’800, sono nati a Terni e dunque sono e si sentono ternani.

Ci sono voluti molti anni per integrarsi e divenire parte di una città e di un luogo. Ma questo avviene comunque con il tempo, con la convivenza, con l’accettazione delle regole del vivere civile.

La fabbrica ha rivoluzionato Terni, l’ha espansa (oggi supera i 110.000 abitanti), l’ha sviluppata economicamente, ne ha cambiato l’immagine; di contro ha anche offuscato la memoria del passato, facendo dimenticare o passare in secondo piano la storia più antica così vivace e importante.

La città di Terni è stata comunque un esempio di integrazione, di convivenza, di capacità di costruire insieme: è divenuta una comunità a tutti gli effetti.

Loretta Santini

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