Pratiche didattiche

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Pratiche didattiche

– antiche e mai vecchie –
per far funzionare il cervello

«A vent’anni sognavo di poter un giorno fondare una scuola in cui si potesse apprendere senza annoiarsi, e si fosse stimolati a porre problemi e discuterli; una scuola in cui non si dovessero sentire risposte non sollecitate a domande non poste; in cui non si dovesse studiare al fine di superare gli esami». Questo scrive Karl Popper nella sua autobiografia intellettuale La ricerca non ha fine. Ebbene, la scuola sognata da Popper somiglia in modo straordinario alla scuola vissuta e auspicata da Guido Tonelli – una scuola in cui un «insegnante vero», il prof. Francesco Tartaglione, «vede una palestra nella quale si impara a diventare adulti e soprattutto a far funzionare il cervello […] Il colloquio dalla cattedra ha lo scopo esplicito di misurare quale carico di rottura può sopportare lo studente. Insomma, più l’alunno risponde più il professore incalza con altre domande, cerca analogie, lo porta su sentieri sconosciuti. Più regge il colpo, più le questioni si approfondiscono, si ramificano, abbracciano campi di sapere del tutto inaspettati».

Tutta la ricerca scientifica –in qualsiasi ambito essa venga praticata (in fisica e in storiografia, in biologia come nella critica testuale, nella traduzione di un testo come in economia)– si risolve in tentativi di soluzione di problemi. E i problemi si risolvono avanzando congetture da sottoporre ai controlli più severi. La ricerca scientifica procede, insomma, sul sentiero delle congetture e delle confutazioni, dove l’errore commesso, individuato ed eliminato «è il debole segnale rosso che ci permette di venir fuori dalla caverna della nostra ignoranza». Razionale, dunque, non è un uomo che voglia avere ragione, ma un uomo che vuole imparare – imparare dai propri errori e da quelli altrui.

Non solo la ricerca scientifica, ma tutta la vita è risolvere di problemi. E la soluzione dei problemi necessita di cervelli in grado di funzionare e per questo ha ragione Tonelli ad affermare che la scuola debba essere concepita come una palestra dove si impara a far funzionare il cervello. È fuor di dubbio che un buon insegnante riesce a farti ragionare a partire da qualunque disciplina. Ora, però, a parte il fatto che non di rado le scienze vengono insegnate confondendo i problemi con gli esercizi e senza iniezioni significative di storia della scienza come anche senza necessarie riflessioni epistemologiche; a parte il fatto che, anche se esistono –e ce ne sono– insegnanti che non hanno niente da invidiare al prof. Tartaglione, in ogni caso non tutti sono come lui, e, ciò premesso, vorrei puntare l’attenzione su pratiche didattiche antiche e mai vecchie che, sebbene spesso bistrattate, costituiscono autentici “allenamenti” in quella palestra dove si costituiscono “solide strutture logiche”, senza le quali la vita di uno studente ne uscirà segnata per sempre.

Penso a pratiche didattiche come: il tema argomentativo (fare un tema significa risolvere un problema, difesa documentata di una tesi contro altre); il riassunto (preziosissima pratica ermeneutica, e quindi scientifica – il filologo non è meno scienziato di un fisico); esperienze di storiografia locale (con discussione su ipotesi alternative controllabili su documentazione disponibile); e, soprattutto, versioni di greco e di latino che –se hanno ragione Popper e Gadamer, e non solo loro– sono spesso l’unico lavoro scientifico (in quanto soluzioni di problemi e non esecuzioni di esercizi) con cui si cimentano i ragazzi dei nostri licei. A questo proposito, una sola testimonianza, quella di un matematico e filosofo come Giovanni Vailati: «L’insegnamento del latino, come è ora impartito nelle nostre scuole [siamo nel 1908] –e tanto meglio se si trasformerà nel senso di dare maggiore importanza di quella che ora non si dia agli esercizi di interpretazione delle opere degli antichi scrittori–, rappresenta una opportunità unica, e della quale avremmo gran torto di non trarre tutto il possibile partito, per prendere conoscenza del significato originario delle parole e delle frasi che usiamo ogni giorno, per renderci ragione dei significati, apparentemente disparati, assunti dalla nostra lingua da uno stesso vocabolo, per acquistare coscienza dei legami che tra tali diversi significati intercedono, per riconoscere le parentele tra le parole la cui affinità ci è nascosta dalle trasformazioni subite da esse e dai loro significati o si è resa difficile da rintracciare per la scomparsa delle forme intermedie».

«La televisione –ha scritto Gadamer– è la catena da schiavi alla quale è legata l’odierna umanità […] La cultura nel senso di una educazione dello spirito scompare sempre di più […] Forse si dovrebbe parlare della fine della cultura, della fine dell’apprezzamento del passato. Forse anche della fine dell’esperienza del dialogo», cioè della discussione, dell’argomentazione critica. Ancora Gadamer: «Su scala globale produciamo masse di telespettatori, di burocrati, di ragazzi e ragazze che con il massimo sforzo di fantasia riescono a dire “okay”». Queste amare considerazioni di Gadamer diventano ancor più pressanti nel mondo di Internet – un mare agitato di informazioni e di notizie che, senza la capacità di un loro vaglio, possono trasformarsi in veleno per naviganti privi di bussola. E la situazione è tanto più grave in quanto i dati dell’indagine OCSE-PISA mostrano che i nostri giovani sono sotto la media europea nella comprensione dei “testi”, vale a dire di ciò che gli altri dicono e scrivono. Ma se c’è un baluardo della “società aperta”, esso è proprio costituito da “menti aperte”, da menti in grado di far funzionare il cervello, di non farsi ingannare, per esempio, da intellettuali servili e imbonitori prezzolati. Da qui –ampliando l’orizzonte precedente– l’insostituibile funzione degli studi umanistici. Tesi, questa, sulla quale Martha Nussbaum insiste nel suo lavoro: Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (trad. it. presso il Mulino). Nel vortice di una eccessiva attenzione dei Governi agli studi tecnico-scientifici –afferma la Nussbaum– «stanno scomparendo capacità essenziali per la salute di ogni democrazia: quelle capacità di riflessione e di pensiero critico che sono associate agli studi umanistici» come la filosofia, l’arte, la storia, la letteratura. Per tutto ciò, a suo avviso, è «con forza che dobbiamo opporci ai tagli agli studi umanistici, sia nell’istruzione scolastica che in quella superiore, affermando con fermezza che tali discipline apportano elementi senza i quali le democrazie moderne, come quella ateniese prima di Socrate, sarebbero ancora una volta dominate da una mentalità gregaria e dalla deferenza verso i capi carismatici. Questo sarebbe uno scenario terribile per il nostro futuro».

Dario ANTISERI

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