Possiamo offrire un turismo di qualità

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Sono stata a Firenze con una gita organizzata: meta la Galleria degli Uffizi con prenotazione saltafila. Il resto della giornata libertà di andare dove si voleva.

Questa gita a Firenze mi dà l’occasione per fare alcune considerazioni sul turismo.

La prima considerazione è che Firenze -uno scrigno di arte, cultura, storia, bellezza- è meravigliosa e su questo nessuno può avere dubbi: come molte altre città ha una tale quantità e qualità di opere d’arte da provocare la cosiddetta sindrome di Stendhal (detta anche non a caso, “sindrome di Firenze”) che è quello strano e incontrollabile turbamento emotivo che può prendere al cospetto di opere di tanta grandezza e di forte suggestione se l’osservatore entra in simbiosi con esse. È una città con una programmata organizzazione turistica capace di gestire un flusso di visitatori enorme. Basti pensare che nel 2017 la sola Galleria degli Uffizi ha registrato oltre 2 milioni di presenze. Per un raffronto ricordo che la Cascata delle Marmore, il sito più visitato in Umbria e tra i primi in Italia, ha fatto circa 400.000 visitatori, cioè un quinto rispetto al solo museo in questione.

La seconda considerazione nasce dall’esperienza avuta: la città, le piazze, le chiese, i musei, le strade, sono invase da una folla di turisti provenienti da ogni parte del mondo. Una massa di gente disposta ad estenuanti file per vedere, spesso da lontano, un quadro, una statua, un salone. Nonostante l’organizzazione accurata e programmata, il saltafila non ha funzionato, tanto che abbiamo aspettato più di un’ora in piedi. Questa è la realtà: file per entrare nella Galleria degli Uffizi, file davanti a ogni quadro spesso visibile solo dopo che i due o tre gruppi che stanno davanti si spostano davanti a quello successivo; file per entrare in Battistero o anche solo per vedere la Porta del Paradiso. Ponte Vecchio superaffollato.

Lo stesso vale per le altre città turistiche: Venezia è divenuta una specie di Disneyland, con masse di turisti sulla piazza San Marco, con i canali sovraffollati di gondole, con le colossali navi da crociera che sostano davanti al Palazzo Ducale.

Chi non lo ha provato si faccia un giro su internet e guardi le immagini, direi disumane, del turismo attuale. Inoltre bancarelle con souvenir ovunque: prodotti caratteristici del luogo sì, ma anche cianfrusaglie di ogni tipo stampigliate col nome della città e chincaglerie che con la città non c’entrano nulla: da Padre Pio a Ronaldo a Papa Francesco a Marylin Monroe a Charlot.
Questo è il turismo di massa.

In passato il turismo si identificava con il pellegrino, con il mercante e, soprattutto, con il Grand Tour: allora il viaggio era ricerca dell’arte e della bellezza, era cultura, era studio: fino a metà del Novecento sostanzialmente è rimasto esclusivamente un fenomeno di élite. Poi l’industrializzazione, l’aumento di livelli di reddito, lo sviluppo dei mezzi di trasporto (ora anche low cost) hanno portato un allargamento a tutti i ceti sociali e a un incremento senza precedenti di viaggi verso le diverse mete. È nato il turismo di massa e il turismo globale, che sono un’industria a tutti gli effetti, con i suoi vantaggi (estensione ai vari ceti sociali, creazione di posti di lavoro, sviluppo dell’economia locale o nazionale tanto da determinare la crescita del PIL, cioè del prodotto interno lordo di uno Stato), ma anche con i suoi svantaggi come l’alterazione degli habitat naturali, l’inquinamento conseguente al sovraffollamento e anche la perdita di identità culturale della comunità tanto che si dice che il turismo consumi i luoghi.

La consapevolezza di questi rischi sta coinvolgendo città e stati che, ormai da tempo, sono in cerca di soluzioni per un turismo che sia sostenibile e responsabile, tanto che alcune amministrazioni locali stanno valutando e attuando misure per porre un limite alla pressione turistica, come ad esempio il numero chiuso.

Ho sempre sostenuto che Terni e il suo territorio debba sviluppare il turismo perché sono tante e diversificate le eccellenze che possono offrire: dai capolavori dell’arte a quelli della natura; dall’eccellente e invitante enogastronomia, alla atavica permanenza di tradizioni; dai resti superbi delle testimonianze delle civiltà del passato, alla possibilità di praticare sport dell’acqua della terra e del cielo; dal fascino immutato di tanti piccoli centri medievali ciascuno con una propria identità e una propria storia, alla spiritualità diffusa di una terra con i suoi santi, i suoi eremi e conventi; dalla bellezza unica di un paesaggio che è, prima di tutto, un paesaggio culturale, a una dimensione del vivere che nonostante le accelerazioni dei ritmi della vita moderna rimane sostenibile.

Dalla conoscenza del territorio nasce l’opportunità di promuovere un turismo che sia “sostenibile”, diverso, intelligente, lontano da quel fenomeno di massa che fagocita il territorio con il suo mordi e fuggi. Un turismo di qualità che sappia fornire elementi di conoscenza e di relax insieme, che sappia far apprezzare le diverse eccellenze e le identità del territorio senza l’affanno delle file, delle attese, della fretta. Sotto questo profilo noi siamo in una posizione privilegiata perché da questa nostra terra, che io considero un museo diffuso, possiamo ricevere stimoli diversificati, emozioni incredibili: possiamo viverla, sentirla, entrare in simbiosi con la sua cultura, la sua storia, le sue tradizioni e interiorizzare tutto con la lentezza che richiedono le cose belle.

Penso a quello stupore che prende di fronte alla Pala dei Francescani: si può rimanere lì in silenzio ad apprezzarne l’insieme o studiando i particolari dei visi, delle pieghe dei panneggi o le storie raccontate.

Penso a quel passeggiare tra i resti archeologici di Carsulae, una full immersion tra storia, cultura, pace e verde. Penso alla visione di quel lago di Piediluco con il profilo della montagna dell’Eco, con la sua rocca e il paesino colorato distribuito lungo le sue rive, osservati facendo una tranquilla gita in battello. Penso alla Cascata delle Marmore (l’unico sito oggetto di un turismo consistente), superba nella sua dirompente e selvaggia bellezza ed entusiasmante nella scoperta delle cascatelle, delle rocce, degli angoli fantastici che appaiono percorrendo i vari sentieri. Penso a quelle passeggiate sui colli vicini a Terni dove paesini arroccati sulle rocce sono guardati da torri antiche e campanili, mentre nelle chiese si ammirano pitture sconosciute ai più, spesso di grande livello artistico, ma soprattutto di una schiettezza popolare che parla di una devozione antica e immutata.

Terni e il suo territorio -e l’Umbria in generale- non sono e non possono essere luoghi di turismo di massa, ma di un turismo di qualità e responsabile: sono luoghi ideali per vivere il viaggio in maniera stimolante, completa, avvincente e al tempo stesso intima e confortevole.

Loretta Santini

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