NON SOLO SOCIAL E DAD PER I NOSTRI RAGAZZI

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Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri. (Antonio Gramsci)

Nell’epoca della pandemia si parla ancora troppo poco dei giovani e del disagio psicologico che stanno vivendo in questo periodo. Tra emergenza sanitaria, piani di vaccinazione, crisi economica e crisi politica, i ragazzi e la cultura in genere sono passati in secondo piano, sono i grandi dimenticati del momento, senza rappresentanza di alcun tipo. L’Italia è tra i paesi europei con il maggior numero di settimane di chiusura della scuola ed in cui i giovani ed i programmi per il futuro non sono al centro del dibattito politico. Eppure il piano europeo Next Generation Eu è intitolato al futuro delle prossime generazioni. A livello locale l’argomento giovani assume rilevanza solo in concomitanza con fatti di cronaca preoccupanti, quali morti per droga, episodi di violenza, atti di vandalismo, assembramenti serali con uso di alcolici. In pochi, però, si stanno davvero rendendo conto della gravità del problema, acutizzato dalla didattica a distanza e dalla chiusura dei centri sportivi, ricreativi, culturali, dei cinema e dei teatri, a causa dell’emergenza covid. Mi sembra sempre più evidente la correlazione tra disagio psicologico e deserto culturale.

Ho sentito quindi il desiderio di confrontarmi su questi temi cruciali con Riccardo Leonelli.

Riccardo Leonelli

In molti in città e anche fuori lo conoscono come attore, regista e autore teatrale ternano, diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”. In pochi forse sanno della sua attività pluriennale di docente, presso varie associazioni culturali, per cui conduce laboratori e workshop teatrali e cinematografici.

V. In che modo la riscoperta dell’arte della recitazione rivolta soprattutto ai giovani può influire positivamente sulla formazione culturale degli individui a prescindere dalle scelte professionali?
R: Sicuramente può incidere positivamente per più fattori, perché la recitazione, sia essa teatrale o cinematografica, aiuta molto a liberarsi. Mi spiego meglio. In Italia in particolar modo abbiamo una tradizione teatrale legata ancora all’idea di maschera: recitare significa mettersi nei panni di qualcun altro per nascondere sé stessi e non avere più vergogna di uscire allo scoperto. Poter dire quello che vogliamo dietro una maschera. Quando ho cominciato a recitare, a 15 anni, essendo un ragazzo piuttosto timido ed introverso, trovavo nel teatro una via di fuga da me stesso. Attraverso la maschera potevo esprimere dei sentimenti che nella vita reale non riuscivo ad esternare. Molti ragazzi a quell’età possono avere lo stesso problema per timidezza caratteriale o magari per traumi psicologici che faticano ad affrontare etc. Questo principio non è pienamente corretto, in quanto inoltrandoti in questa arte, sotto la guida della persona giusta, l’obiettivo finale, aldilà di chi lo sceglie come professione, è invece quello di smascherare sé stessi, cioè mettersi a nudo. Non mettersi la maschera, ma invece togliersela. Questo fare i conti con sé stessi è tanto terapeutico. Infatti da sempre il teatro si utilizza con i detenuti, con i disabili, con le persone che hanno problemi mentali, perché il teatro aiuta a liberarsi, ma non mettendosi un ulteriore maschera sopra a quella che tutti già portiamo. Viceversa, proprio per mezzo dei vari personaggi che si interpretano e che si studiano, si riesce a capire chi siamo veramente. Nel momento in cui si va a recitare lo spettacolo o a girare una scena per il film, si cerca di tirare fuori quello che siamo veramente senza filtri, senza maschere e senza nascondimenti. La recitazione insegna a guardarti in faccia per quello che sei, a non avere più paura di dire quello che pensi, a non avere più tante inibizioni e complessi. Questo vale in maggior misura per i giovani di oggi che sono estremamente complessati a causa della società stessa, che li vuole tutti sempre più omologati intorno a modelli di bellezza e successo standardizzati, in un mondo più virtuale che reale, accentuato anche a causa dell’emergenza sanitaria, che ha sottratto ai ragazzi l’ultimo residuo di realtà offerto dalla scuola, pur con tutti i suoi limiti, sostituendolo con la DAD. Viene impedito ai ragazzi di guardarsi negli occhi. Nella recitazione è fondamentale la relazione con il partner di scena ed interpretare dei personaggi, con tutto il loro bagaglio emotivo da studiare, può essere di enorme aiuto per leggersi dentro, migliorando la relazione con gli altri, imparando ad esprimere liberamente il proprio punto di vista, senza paura delle reazioni o del giudizio altrui.

V. Ritengo che questa funzione della recitazione abbia un potenziale fantastico per i più giovani che, in un periodo complesso come quello che stiamo vivendo, hanno bisogno di affrontare le proprie paure, in un modo costruttivo e dinamico nella relazione con gli altri per un obiettivo comune. Gli stati ansiosi ed il disagio sociale sono sempre più presenti e non riguardano più soltanto gli individui e le famiglie ai margini della società. E’ un problema dilagante che investe tutti, anche se in varie misure e con diversi impatti. Oggi al di là degli episodi di violenza, di abuso di sostanze stupefacenti, dei disagi psicologici più o meno gravi, con connessi disturbi dell’alimentazione, si assiste tra i più giovani a forme di dipendenza da internet, come unica valvola di sfogo al totale vuoto sociale, educativo e culturale in cui sono stati lasciati. Credo che se non si comincerà ad occuparsi seriamente del problema le ricadute saranno pesantissime. Sono infatti convinta che l’emergenza non sia solo quella sanitaria ed economica, ma anche quella psicologica, collegata al declino culturale della nostra società e all’impoverimento della vita di relazione. Tu che ne pensi?

R. Sono convinto che l’arte della recitazione sia non solo una professione, ma anche una disciplina terapeutica, uno sfogo per l’anima. Al pari di molte altre attività ad alto valore culturale come la musica, la danza, le discipline sportive. Lavorare insieme per un obiettivo, avere un appuntamento fisso, mantiene il legame e rafforza la vita di relazione. La recitazione crea un gruppo, tutti collaborano insieme per un obiettivo comune, un po’ come nello sport di squadra, in cui ci si deve aiutare a vicenda per vincere la partita. Mentre nel professionismo tante volte c’è l’uno contro l’altro per primeggiare, quello che si dovrebbe insegnare nei corsi di recitazione è di non mettersi in competizione per vedere chi è più bravo, ma aiutarsi. Infatti la recitazione funziona unicamente se tutti gli attori sono connessi, si aiutano, si sostengono. Se uno si chiude in sé stesso o recita male, anche l’altro non riesce, proprio perché manca lo scambio. L’errore più comune è quello di recitare pensando solo a sé stessi, finendo quindi per non relazionarsi con gli altri attori in scena. E’ sempre un dialogo attivo tra due o più persone. Questo ritengo sia l’immenso potenziale educativo della recitazione.

V. Che tipo di esperienze hai avuto con i ragazzi? Che feedback hai ricevuto da loro? In che modo ti approcci con i più giovani?
R. Il mio primo corso l’ho tenuto 16 anni fa, nel 2005 con dei ragazzi delle scuole elementari e medie. Poi sono passato ai liceali ed ai corsi per adulti di tutte le età. Tuttora ai miei corsi di cinema partecipano ragazzi giovanissimi che frequentano il liceo o l’università. Dopo la prima esperienza come docente per ragazzi ho capito che questa attività mi piaceva e mi arricchiva. All’epoca mi ero appena diplomato all’Accademia di Arte Drammatica e oltre ad iniziare la mia carriera di attore professionista tra teatro, cinema e televisione, ho anche portato avanti parallelamente il percorso da docente. Il mio lavoro di docente è incentrato prevalentemente sull’ascolto: ascolto del proprio partner in scena, ascolto delle proprie sensazioni fisiche, ascolto dell’ambiente circostante. Attraverso un ascolto attivo, l’attore può arrivare a pronunciare battute reali, non convenzionali e produrre azioni concrete, mettendo in gioco sé stesso senza filtri o schemi preconfezionati. Trovo che i giovani apprendano con grande entusiasmo e partecipazione le tecniche che insegno e lavorino molto bene in gruppo.

V: Con lo scoppio della pandemia i circoli ricreativi, le associazioni culturali, i cinema ed ai teatri sono stati i primi a chiudere, insieme alle palestre e alle piscine, in sintesi tutto ciò che oltre ad essere una sana valvola di sfogo per i ragazzi, costituisce anche importante tassello per la formazione e la vita sociale e di relazione dei più giovani. Credi ci sia correlazione tra la pandemia, la chiusura dei centri culturali ed il disagio giovanile?

R: Assolutamente si, ritengo infatti che la cultura in tutte le sue forme (arte, letteratura, teatro, musica, cinema, fotografia, danza etc.) possa costituire, in un momento buio come questo, proprio l’ancora di salvezza per i giovani, introducendo valori aggregativi in sostituzione della competizione e dell’individualismo sfrenato della nostra società. Il disagio giovanile che constatiamo è anche e soprattutto frutto del vuoto di contenuti e di obiettivi, a cui si sommano gli effetti dell’isolamento sociale e della vita di relazione indotti dalla pandemia. So che, a causa delle restrizioni introdotte per il contenimento del contagio a livello nazionale e regionale, alcune associazioni culturali che svolgevano corsi indirizzati ai ragazzi (danza, musica, recitazione etc.) hanno sospeso le proprie attività. Altre invece hanno proseguito con corsi telematici. Per esempio il mio corso di cinema sta tuttora proseguendo in via telematica. Solo recentemente è ripresa per tutti la possibilità di lezioni individuali in presenza.

V: Come ho già scritto in altri precedenti articoli per La Pagina sono convinta della necessità di fondare la nuova superiore civiltà, partendo dalla ricostruzione della base culturale, mi chiedo se sia possibile far convergere tutte le associazioni culturali presenti sul territorio per il raggiungimento di un obiettivo comune, che metta finalmente al centro i giovani, introducendo un nuovo tipo di educazione meno standardizzata, per la promozione di una comunità creativa, autonoma e solidale. Tu che ne pensi?

R: In un periodo di scambi e relazioni così difficili, si può cercare di colmare le distanze, presentando il ventaglio completo di quanto questa città ancora offre a livello culturale e formwativo. Si potrebbe istituire un’apposita pagina facebook dedicata alle iniziative per i più giovani (corsi, attività on line, progetti etc.) Magari oltre a quello che c’è già potrebbe fiorire qualche altra iniziativa mirata per i giovani, coinvolgendoli direttamente e attivamente in iniziative e proposte.

V: Io credo fermamente che i giovani, se adeguatamente stimolati ed indirizzati, abbiano in loro stessi enorme capacità creativa, per inventare a loro volta qualcosa e farsi essi stessi portatori di cultura e di nuovi valori.

Ci salutiamo con l’intesa di collaborare insieme per sviluppare un progetto di Rinascita Culturale della città, coinvolgendo tutte le associazioni presenti ed attive ed anche i singoli cittadini che avranno voglia di dare il proprio contributo con proposte concrete indirizzate ai più giovani.

Mi rendo conto, mentre sto armoniosamente parlando con Riccardo, che intanto in testa mi risuonano le parole di una famosa canzone di Lucio Dalla:
Aspettiamo che ritorni la luce,
di sentire una voce,
aspettiamo senza avere paura
domani…

Valeria Iacobellis

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