La transumanza totale

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Quando si sale da Arrone verso Rieti percorrendo la Strada Provinciale numero quattro, si attraversa la frazione di CASTIGLIONI e, dopo una serie di curve in salita e dopo aver costeggiato la piccola frazione di CIMA DI MONTE –che poi non sta in cima ma a metà- circondata dagli olivi, si arriva alla Forca d’Arrone.

A questo punto è doverosa una sosta, specie se si è arrivati fin lì in bicicletta. Un respiro largo e occhi sgranati per ammirare la bellezza della valle che scende adagiandosi verso l’unico spicchio visibile del lago di Piediluco: è la zona dove sfocia il canale artificiale che porta l’acqua del Nera al Velino, essendo la maggior parte del lago coperta alla vista dalla mole del monte La Rocca. A destra, nella parte ad ovest della valle, si vedono alcuni poderi con le case padronali costruite al di sotto dell’unica strada. L’ultima casa, chiamata cas’Usepio dal XIX sec., non è altro che un casale, ora ristrutturato, fatto costruire da Eusebio Nobile/i da Castel di Lago, tra il 1658 ed il 1677, come è riportato nella pubblicazione I NOMI DI PIEDILUCO del compianto Walter Mazzilli. A sinistra, nella parte ad est della valle, oltre a qualche costruzione isolata, si vedono i ruderi coperti d’edera della chiesa di S. Ermete e, più lontano, la pineta che nasconde Villalago, l’ex villa del barone Franchetti costruita sul finire del sec. XIX. Prima dell’acquisto da parte del barone, quel terreno era seminativo perché facile da arare con l’aratro di legno in quanto prevalentemente sciolto. Analogo ragionamento valeva per il lato ad ovest. La pianura invece, fitta di vegetazione, di rovi e soprattutto di erbe, nella parte più intricata chiamata “li frattacci”, veniva usata come pascolo estivo per gli animali.

Fin quando non fu inventato l’aratro di ferro, con o senza ruote, tirato da due coppie di vacche, non fu possibile arare il duro ma fertile terreno di fondo valle. A causa del clima invernale, nebbioso e umido e con frequenti gelate tardive, nella valle non si potevano coltivare gli olivi. Pertanto le sparute famiglie che abitavano tutto l’anno nella zona, esclusivamente nella parte destra più assolata, possedevano oliveti nei versanti dove il clima era migliore ma che erano lontani dall’abitazione.

C’erano poi altre famiglie, come l’Eusebio già citato, che d’inverno risiedevano stabilmente nei pressi dei loro oliveti e nel periodo estivo si spostavano nei propri terreni in vista del lago, dove i lavori agricoli erano predominanti e impellenti. Fare saltuariamente avanti e indietro per occuparsi dei lavori stagionali nei campi lontani dall’abitazione era un conto, farlo tutti i giorni voleva dire perdere molto tempo. Gli spostamenti giornalieri richiedevano almeno un’ora all’andata e un’altra al ritorno con le lente vacche aggiogate alla barrozza. La soluzione più logica e antica altro non era che vivere, da ottobre fino a maggio-giugno, nella casa circondata da olivi mentre, dopo la festa del Santo Patrono che cadeva immancabilmente in primavera, ci si spostava tutti, famiglie e animali, nella zona della Forca di Arrone.

Chi aveva bambini in età scolare raggiungeva gli altri alla chiusura delle scuole. Pochi però avevano una casa estiva in muratura e chi non l’aveva si era arrangiato costruendo una serie di capanne, per le persone e per gli animali, foderate ai lati con le ginestre legate strette fra le pertiche e per tetto le canne palustri che, se ben messe, non facevano passare nemmeno una goccia di pioggia. Grande accortezza per il camino: costruito con sassi sovrapposti a secco e qualche lamiera per evitare di incendiare tutta l’abitazione. Anche per la stalla dei maiali ci voleva la giusta attenzione: si utilizzavano robuste tavole per tutto il perimetro del ricovero, inchiodate a robusti pali infissi nel terreno perché le ginestre non erano sufficienti a trattenere l’esuberanza suina.

Chi aveva nei propri terreni qualche rudere in muratura o un rialzo roccioso, ci attaccava la capanna risparmiando di costruire una parete e ci piazzava addosso il focolare in modo da poter evitare meglio gli incendi. Per dormire bastavano quattro tavole poste su dei cavalletti di legno con sopra un grande sacco di stoffa ruvida con due tasche a destra e due a sinistra, ripieno di brattee essiccate di granturco – le camiciole – a fare da materasso.

Festeggiato il Patrono si iniziava la grande transumanza con la versatile barrozza. Un viaggio per trasportare i maiali e un altro viaggio per galline, oche e tacchini che di giorno dovevano razzolare nei campi prospicenti l’assembramento di capanne, guardate a vista da tutti, cani compresi. La sera invece i pennuti venivano fatti salire, tramite una tavola inclinata, nel pollaio di frasche su palafitte per preservarli dalle voraci e furbe volpi in grado di ghermire in un lampo una preda e scappare approfittando del sonno profondo degli stanchi guardiani.

Un altro viaggio era necessario per le pentole, i piatti, il caldaio, la conca di rame per prendere l’acqua alla fonte, le lenzuola, gli asciugamani e quant’altro necessario per vivere qualche mese accampati alla meno peggio. Ovviamente ogni settimana le donne dell’accampamento dovevano tornare nell’abitazione invernale a cuocere il pane nel forno, mentre chi si era fabbricato le comodità in muratura aveva più tempo da dedicare al lavoro dei campi. In quei mesi estivi la valle risuonava dei canti delle donne e delle grida dei bambini che giocavano, in attesa di essere chiamati a portare acqua e vino freschi a chi stava mietendo il grano. E a sera tutti a cena, seduti su lunghi banchi di legno, intorno a un grande e grezzo tavolo, fatto alla meno peggio e infisso sulla nuda terra sotto l’ombra di un grande e profumato noce, illuminati dalla fiamma di un lume a carburo, detto in dialetto scintilèna (da acetilene).

Bastava allontanarsi di qualche metro dal suo vivido alone di luce per ritrovarsi sotto un cielo gremito di stelle e di mistero, mentre la luna piena, sorgendo, si faceva strada fra i rami della pineta baronale.

Con questo spettacolo cosmico impresso negli occhi e nella mente, si andava a letto sul crepitante materasso di camiciole, stanchi ma pieni di sogni. Attraverso la finestra aperta giungeva il lugubre stridio della civetta, il chiù dell’assiolo e il gracidare delle rane. Questa transumanza totale nacque forse tanti secoli fa ed è durata fino agli anni cinquanta-sessanta del secolo scorso, fino a che la motorizzazione non raggiunse anche le campagne, riducendo drasticamente i tempi degli spostamenti.

Siamo lieti di darne testimonianza a chi verrà dopo di noi e avrà la curiosità sia di sognare il proprio futuro, sia di conoscere il passato di chi lo ha preceduto.

Vittorio Grechi

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