LA MACÈA

Negli anni ’50-’60 del secolo scorso, i contadini umbri delle zone collinari coltivate a olivo erano spesso impegnati a fare nuove macèe o a riparare quelle vecchie rovinate da un temporale. Tali lavori si portavano avanti se non c’era nient’altro di più importante da fare o se il tempo non era propizio a fare altro. Se era piovuto e se tutte le piante erano bagnate, tutti i lavori nei campi venivano sospesi, tranne quello delle macèe. In quei tempi gli oliveti venivano arati con l’aratro di legno tirato da una coppia di vacche, per poi seminarci il granturco o il favino che sarebbero serviti alla alimentazione degli animali.

L’aratro di legno, pur non solcando in profondità, ogni tanto riusciva a cavare dalla terra, con la punta del vomere che era di ferro, una pietra più grande del solito che veniva lasciata sul posto. Un detto antico dice che l’oliveto per produrre ottime olive vuole 4 “s”: sole, sassi, siccità e silenzio. Le colline umbre sono molto ricche delle 4 “s” – in particolare, abbondano di sassi e pietre di varie dimensioni – e quindi producono ottime olive. Ad aratura terminata e prima di seminare, le vacche staccate dall’aratro venivano attaccate alla traja (treggia), carro senza ruote adatto ai terreni scoscesi, e si passava per il campo a raccogliere le pietre più grandi, che venivano ammucchiate dove era necessario fare una nuova macèa.

La macèa non è altro che un muro, alto circa un metro e lungo quanto necessario per il campo di proprietà, fatto con le pietre a secco, cioè non murate con calce o cemento, atto a trattenere il terreno della collina scoscesa. Quindi il contadino, nella giornata propizia a fare tali lavori – dopo aver governato le vacche nella stalla, asportato il letame e la paglia sporca, rifatto il letto con paglia pulita, fatto colazione con un bel piatto di fagioli pisellini lessati, conditi con olio di oliva, sale, aglio, qualche goccia di aceto e profumati da un rametto di maggiorana – incominciava a fare la macèa. Prima di tutto si faceva un solco con la pala, inclinato verso l’alto della collina in modo che le pietre, una volta collocate nel solco, prendessero la stessa inclinazione atta al sostegno. A questo punto si faceva una fila con quelle più grandi e pesanti, mettendole nel solco per tutta la sua lunghezza.

La seconda fila di pietre si iniziava mettendone una a cavallo delle prime due che erano nella fila di sotto, e così via in modo che tutta la fila fosse sfalsata rispetto a quella sottostante perché, così “legato”, il muro tratteneva meglio il terreno. Il vantaggio del muro a secco, oltre a non costare se non in ore di fatica, era che consentiva di creare un terrazzamento sostenendo il terreno, e quindi evitava le frane e consentiva alla pioggia di defluire lentamente tra un sasso e l’altro. Ovviamente i terrazzamenti venivano fatti al confine inferiore della proprietà (per proteggere il proprio terreno impedendogli di scivolare nel campo del vicino) e solo nei punti della collina più ripidi, in modo tale da poter sempre usare le vacche con l’aratro per dissodare il terreno e non essere costretti a zapparlo a mano.

Nota per i più curiosi. I fagioli pisellini erano originari di Rosciano, frazione del Comune di Arrone (TR). Dal nome si capisce che erano di forma simile ai piselli, teneri e di sapore squisito, tanto da venir coltivati anche nelle frazioni vicine.

Vittorio Grechi