La Befana contadina di una volta

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Durante l’anno, a ogni capriccio o a ogni disubbidienza, veniva tirata fuori la befana che aveva opportunamente scalzato lu mmòmmu. “Se non ubbidite a mamma, a papà e a tutti quelli di casa che vi comandano qualcosa, viene lu mmòmmu e vi porta via.”

Accadeva poi che la notte, sognando questo spauracchio, i bambini non dormivano e non facevano dormire nemmeno gli stanchi genitori. Allora si era passati a una minaccia, diciamo, più dolce: “Se continuate a fare capricci, poi ci penserà la befana! Invece di portarvi caramelle, giocattoli e cose carine, vi porterà il carbone nero che non serve a nessuno perché ne possiamo già fare tanto con tutta la legna che abbiamo!”.

Le caramelle non erano a portata di bocca tutti i giorni, anzi erano abbastanza rare, e non averle nemmeno per le feste era una minaccia che veniva presa da tutti seriamente. Era stato raccontato loro che la befana passava in sella a un’asina (o a un mulo, secondo l’animale più in uso in famiglia), sapeva tutto di tutti i bambini e quindi il cinque gennaio bisognava andare a letto presto – alle otto di sera tutti a nanna (la televisione non c’era ancora)! – altrimenti, lei che vedeva tutto, non si sarebbe nemmeno fermata.

C’era però sempre uno più grandicello, nella famiglia o nel vicinato, che cercava di insinuare dubbi sull’esistenza di questa benemerita vecchia viaggiante, prendendo in giro gli altri e chiamandoli creduloni. Bisbigliava alle loro orecchie che era la mamma, la zia o la nonna che andava a comprare i poveri ma tanto attesi regalini. Appena le donne si accorgevano del conciliabolo, il ragazzotto veniva cacciato in malo modo e invitato ad andare coi suoi coetanei o ad aiutare gli uomini nei lavori dei campi. Allora, per rendere la favola sempre più verosimile, si aiutavano i bambini a mettere una bracciata di fieno buono fuori della porta di casa, insieme a un secchio pieno d’acqua per far abbeverare lo stanco quadrupede, stracarico di regali.

Poi, appena i pargoli si infilavano sotto le tiepide lenzuola riscaldate con lo scaldaletto o con il “prete”, piombando in un sonno ricco di sogni, le mamme, svelte svelte, scendevano nella stalla riportando quasi tutto il fieno nelle mangiatoie. Allora prendevano una palata di sterco e la buttavano a due metri da dove era stata lasciata appena una manciatina di fieno, tanto per far vedere che l’animale si era saziato a dovere e aveva gradito.

Al mattino presto i bambini saltavano giù dal letto alla prima chiamata, correvano in cucina e sopra al tavolo apparecchiato trovavano i regalini per tutti con tanto di nome. E allora erano grida di felicità e salti di gioia per la contentezza di quanto ricevuto… e di carbone nemmeno l’ombra! Poi ognuno faceva vedere i suoi regali alla mamma, al papà, al nonno e alle zie e tutti a complimentarsi con la befana che aveva esaudito le richieste di tutti. Alle bambine, oltre ai dolcetti e alla bambola di stoffa, la befana aveva portato un bel lenzuolo da aggiungere al piccolo corredo, mentre per i maschietti c’erano fisarmoniche a bocca, fischietti, caramelle e l’immancabile arancia (lu purtugallu).

Ci poteva essere anche qualcosa di utile come un bel paio di calzettoni di lana, un martelletto e una piccola sega a telaio, perfettamente funzionante. In questo caso il nonno, appena tornava a casa stanco per aver raccolto olive tutto il santo giorno, doveva cimentarsi, in coppia col nipote di turno, a segare un pezzo di legno verde davanti al crepitante camino. Il nonno tirava la sega da una parte, il nipote dalla parte opposta e insieme canticchiavano: tira compagno mio, tira la segaaaa… stasera la magnamo la saracaaaa*. Tutte le sere così: due uomini, due mondi diversi ma strettamente collegati.
*aringa affumicata.

Vittorio Grechi

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