Femminicidio: crimine senza se senza ma

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La violenza di genere è un fatto culturale prima che giuridico

26settembre 2021, una sera come tante, sto vedendo il tg e tra le molte notizie, tutte o quasi poco confortanti -ma ormai purtroppo ci si fa l’abitudine- ecco che arriva la mazzata. La notizia drammatica dell’ennesimo femminicidio. Stavolta a meno di cento chilometri di distanza dalla mia città. In un paese in provincia di Viterbo, un uomo di 64 anni ha ucciso a sangue freddo la moglie poi ha rivolto l’arma contro di sé uccidendosi. Il tutto sotto gli occhi della figlia trentenne, testimone impotente della terribile scena, ricoverata poi sotto chock. La mia mente è subito corsa indietro nel tempo ad altri fatti analoghi, confusi in mezzo a tante brutte notizie ormai diventate usuali nei vari tg. Barconi carichi di disperati, immagini strazianti dell’aeroporto di Kabul preso d’assalto da gente in fuga incalzata dal regime oscurantista dei talebani, il panorama desolante e disumano di profughi ghettizzati in campi di fortuna in Turchia, Libia, Bosnia dove manca di tutto. Non ricordavo con precisione, ma è bastata una breve navigazione su internet che subito la memoria ha trovato rifermenti precisi. Il giorno 17 sett veniva uccisa Doriana Cerqueni, il 15 A.
Zorzin, il 13 addirittura due femminicidi Sonia Lattari e Giuseppina Di Luca, il 10 la nigeriana Rita Amenze. Solo nel mese di settembre 8 femminicidi. Basta, per carità! Se si va indietro con gli anni, arriviamo a cifre da capogiro! Ricapitolando, statistica alla mano, dal primo gennaio 206 omicidi, 86 donne, di cui 43 per mano dell’ex partner. Elenco sicuramente provvisorio destinato ad allungarsi, visto come vanno le cose. Un fatto quello di Viterbo, a dir poco orribile, che ha scosso come un terremoto la mia coscienza di uomo e di cittadino. Mi viene subito in mente una domanda semplice e scontata: come si può arrivare ad uccidere una persona che hai amato, con la quale hai fatto dei progetti, da cui hai avuto dei figli, con la quale hai condiviso parte della tua vita? Domanda scontata solo all’apparenza, i fatti provano che non lo è affatto. A tal proposito mi viene in mente un articolo scritto alcune settimane fa dalla giornalista Michela Murgia in cui lanciava la proposta provocatoria di assegnare la Pierluigi SERI scorta alle donne che denunciano per minacce e stalking gli ex compagni, proprio come succede per imprenditori e giornalisti minacciati dalla criminalità organizzata. La scorta non è solo protezione, ma anche certificazione di una situazione di pericolo che cambia completamente la vita di chi la subisce. Nessuno, all’infuori di pochi mitomani che la concepiscono come una sorta di status symbol, può desiderare una cosa simile nella sua esistenza. Quella della giornalista è solo una provocazione, il vero scopo è un invito alla ministra della giustizia Marta Cartabia a prendere sul serio dal punto di vista istituzionale il fenomeno della violenza patriarcale di cui il femminicidio è l’aspetto più eclatante. Dietro queste barbare uccisioni c’è la cultura del possesso che vede nella donna un oggetto e come tale trattata, ma quando tale possesso è messo in discussione o se ne perde il controllo, allora scatta la molla della violenza prima verbale poi fisica, come rivendicazione di un bene di proprietà perduto. È proprio tale cultura che va trattata come forma di criminalità, non organizzata, ma certo sistemica. I meccanismi della legge, sebbene all’apparenza presenti, non garantiscono una reale protezione della vita delle donne che denunciano. Spesso i provvedimenti presi dalle autorità, tipo l’obbligo di non avvicinamento, possono implicare paradossalmente l’aumento del rischio di essere uccise prima. Indignarsi ogni volta come fosse il primo caso, non serve a nulla. Il problema che va affrontato dal punto di vista istituzionale è che la violenza domestica viene considerata solo come conflitto di coppia. Insomma non un reato nel vero senso della parola, ma solo un contrasto affettivo per cui i soggetti coinvolti partecipano in regime di concorso di colpa. Quindi entrambi i partner sono vittime, uno di violenza, l’altro di esasperazione. Secondo questa lettura altri reati inerenti alla violenza di genere come il porn-revenge e la violenza di branco rientreranno, in base ad una legge ancora allo studio, nella categoria tenue con pena minima che prevede anche un accordo tra imputato e pubblica accusa. Ma per un omicidio la tenuità del reato non sussiste. È un reato gravissimo per il quale non esistono forme di “concordato” o di “accordo” tra le parti in causa. La violenza di genere è un fatto culturale prima che giuridico. È sulla società che bisogna agire attraverso una saggia legislatura che sappia modificare e indirizzare nella giusta direzione certi comportamenti propri di una società primitiva, direi, tribale, non di una società democratica basata sul rispetto reciproco e regolata da un sistema di diritti doveri.

Pierluigi Seri

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