Fair Play – Calcio e Rugby mondi diversi

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Fair Play

Calcio e Rugby mondi diversi a confronto

La violenza nel calcio rappresenta ormai da anni un’emergenza non solo di ordine pubblico ma principalmente sociale. Vari i tentativi di analisi ed interpretazione di questo dilagante fenomeno comportamentale: una forma di aggressione organizzata che nel tempo si è progressivamente modificata, trasformandosi da ostilità tra opposte tifoserie in tentativi congiunti di attacco alle Forze dell’Ordine.

Gli episodi di cronaca sempre più frequenti, ne sono la testimonianza. Ciò provoca una disaffezione a frequentare gli impianti sportivi, in coloro che interpretano lo sport ed il calcio in modo civile e sereno. Le famiglie sono dissuase dal vivere e tifare la propria squadra, in virtù di un senso di insicurezza diffuso.

Gli stadi spesso si trasformano in un territorio franco, ove alcuni gruppi minoritari si arrogano il diritto di compiere atti di violenza senza timore alcuno. Ogni partita quindi, di qualunque campionato o categoria, si pone come evento ad alto rischio d’incidenti. Tali episodi non sono generalmente prevedibili né sempre controllabili dall’apparato di sicurezza all’interno e fuori dagli stadi.

Precisiamo, per correttezza, che stiamo parlando di una netta minoranza di delinquenti, poche centinaia di individui, rispetto alle migliaia di persone perbene che affollano uno stadio. Perché però tutto ciò non accade nel Sei Nazioni di rugby? Anche in questo torneo ci sono orde di “barbari”: Scozzesi, Gallesi, Inglesi, Francesi e Italiani, che bevono sicuramente più birra dei tifosi del calcio, ma non sporcano e non si affrontano, se non per gioco nelle mischie al “Terzo Tempo”, familiarizzando tra “ supporter” di squadre antagoniste. Anche al Sei Nazioni lo Stadio Olimpico raggiunge le settantamila presenze.

Le forze dell’ordine in tredici anni, a cominciare dal Flaminio, non sono mai intervenute a sedare una rissa o una discussione animata. Eppure siamo sempre in Italia, non in un altro paese europeo.

È evidente che vi è una profonda differenza culturale. Nel rugby si lavora sui princìpi comportamentali da subito, iniziando dai piccolissimi e nei tornei di minirugby il fair play fa parte delle regole. Nel mondo del rugby è diffusa una giusta mentalità di appartenenza ai colori della squadra. Per nessun motivo si denigrano gli avversari. Si gioca con agonismo fino all’ultimo secondo ma, alla fine, ci si ritrova tutti insieme per una birra o per un saluto.

Scriveva Antonio Ghirelli: “È inutile dire che, se educhiamo tenacemente i ragazzi alla lealtà, al fair play, li avremo educati anche a giocare lealmente nella vita, a rispettare non solo il regolamento, ma l’avversario, in una parola alla democrazia”. Occorre prendere esempio dal rugby: lealtà e rispetto delle regole.

Il rugby non ha avuto bisogno di particolari aiuti per ottenere dai suoi giocatori e tifosi il rispetto delle regole e dell’avversario, ha semplicemente ereditato una cultura di valori e princìpi sportivi puliti e condivisi. Gianni Brera diceva: “Il calcio è straordinario perché non è fatto solo di pedate. Chi ne delira va compreso”.

Al fine di preservare questo splendido sport dovremmo, forse, guardare alle misure di prevenzione e repressione adottate nel Regno Unito. Gli inglesi non hanno mai pensato di bloccare le partite: hanno deciso di bloccare i violenti. Dopo la tragedia dello Stadio Heysel di Bruxselles, in cui morirono 39 persone, di cui 32 italiani, nella finale di Coppa dei Campioni Liverpool-Juventus, il Governo inglese pretese e ottenne che tutti gli stadi abolissero i posti in piedi e si dotassero di impianti TV a circuito chiuso.

Gli arresti sono stati facilitati dall’appoggio dei media, pronti a denunciare gli autori di imprese violente. Quando si verificano degli incidenti le foto dei “protagonisti” finiscono sui giornali, con numeri di telefono da chiamare per denunciare eventuali sospetti. In Inghilterra la collaborazione della gente con la Polizia è costante per segnalazioni, testimonianze e denunce. Le pene per gli hooligans sono esemplari, anche senza il verificarsi di particolari incidenti. I cori razzisti ed offensivi sono vietati e passibili di sanzione immediata.

Gli addetti al servizio d’ordine degli stadi inglesi (che sono pagati dai club) i cosiddetti “steward”, con frequenza accompagnano fuori dallo stadio spettatori colpevoli di aver insultato, offeso o minacciato (verbalmente o tramite gestacci) giocatori e/o tifosi avversari. In Inghilterra la polizia rimane fuori dallo stadio.

Da noi in Italia occorre programmare un lavoro a medio termine, iniziando proprio dalle scuole, al fine di creare una nuova coscienza sportiva ed una sentita cultura valoriale affinché durante le manifestazioni sportive vi sia la percezione dello spettacolo e del divertimento non già della battaglia.

Stefano Lupi – Delegato Coni Terni

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