È così difficile non parlare di guerra

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È così difficile in questi giorni parlare di qualcosa che non sia la guerra. Per due anni abbiamo parlato della pandemia, anch’essa una guerra subdola, estenuante. Stiamo assistendo a un binomio strettissimo, ad una tempesta perfetta che mai avremmo immaginato di dover vivere o rivivere. Ora ai virologi e agli epidemiologi si dono sostituiti generali, strateghi. Tutto sempre in diretta televisiva, con una continuità martellante e angosciante, che spazia dalle terribili immagini delle distruzioni, ai pareri di politologi, giornalisti e opinionisti che analizzano, commentano, ipotizzano tutto e il contrario di tutto.

Le contese combattute in altre parti del mondo ci hanno sicuramente coinvolto e spesso anche impaurito. Questa tra Russia e Ucraina però molto di più, perché oltre che così imprevista, inaspettata e improvvisa, così dura ed aspra, è soprattutto vicina alle nostre case. Le immagini sono terribili: distruzioni e massacri, lunghe code di profughi, anziani donne e bambini che fuggono dagli orrori, case distrutte, allarmi delle sirene, incendi delle bombe. La guerra è ricomparsa con tutta la sua crudeltà, con la sua barbarie, con la sua infamia, con i suoi oltraggi sulle persone, sulle città, sull’ambiente. Credevamo di essere la generazione fortunata che non aveva vissuto quei tragici eventi. Invece siamo di nuovo a un passo dal coinvolgimento totale e inesorabilmente distruttivo.

Io le guerre le ho conosciute attraverso il racconto dei nonni e dei genitori, racconti scaturiti dalla memoria di esperienze personali ricche di paure, di tristezza, di orrore, di pianto, di disperazione e speranza insieme: racconti coinvolgenti e ricchi di empatia, perché toccavano le corde profonde della propria vita, sia che si stesse sui campi di battaglia, sia che si dovesse affrontare la vita di ogni giorno tra l’incombere dei bombardamenti e la ricerca di cibo e di rifugi. I più anziani le guerre le hanno vissute in prima persona e sono proprio loro ad essere i più inorriditi di quanto sta accadendo per quella memoria del passato che torna a leggersi nella sconsolata espressione dei loro occhi. 

Io che sono nata poco dopo la fine della guerra, ricordo benissimo quando da piccola passavo tra le macerie dei palazzi e la desolazione della città dopo i bombardamenti del 1943. 

Una desolazione che oggi i giovani possono vedere solo nelle foto storiche dei palazzi sventrati, delle piazze distrutte, delle strade scomparse, nei quartieri cancellati. Solo le foto, perché oggi Terni è stata completamente ricostruita e risanata.  Eppure le tracce di quegli eventi sono ancora visibili se si sa osservare.

Una città dunque risorta dopo le lacerazioni urbane della 2^ guerra mondiale, grazie all’opera di ingegneri e grandi architetti -in primis Ridolfi che ne ha fatto “una città d’autore”- come in molti palazzi o nella prospettiva di corso del Popolo. A voler ben guardare possiamo riconoscere in alcuni particolari di arredo urbano i simboli di quei bombardamenti: il ricordo è nell’incavo della fontana di Piazza Europa o nella struttura di Largo Vila Glori. La stessa Piazza Europa è un vuoto lasciato dalla guerra: in quello spazio esistevano soltanto dei caseggiati ricordati anch’essi da quel muro bianco ad angolo retto sul fianco di Palazzo Montani all’inizio di via Garibaldi. Anche la torre della BCT è un’interpretazione moderna dell’antica torre dell’Orologio (abbattuta anch’essa dalle bombe) che sovrastava l’antico Palazzo Comunale. Arredi e costruzioni che sono inserti moderni e discreti nel tessuto del centro storico. Ma sono soprattutto simboli, memoria del passato e, se vogliamo, un ammonimento a non dimenticare. Il mio pensiero torna alla guerra ancora in atto: non solo alla tragedia dei morti e dei profughi, ma anche alle terribili distruzioni delle città ucraine. 

Un giorno, mi auguro, se la follia dell’uomo smetterà di demolire sé stesso e ciò che lo circonda, vedremo risorgere paesi e città. 

Ma l’uomo avrà imparato a convivere?

Riporto la poesia di Gianni Rodari “la luna di Kiev” perché, nella sua semplicità, fa riferimento alla solidarietà tra gli uomini e ci ricorda che tutti viviamo sotto lo stesso cielo.

Chissà se la luna
di Kiev
è bella
come la luna di Roma,
chissà se è la stessa
o soltanto sua sorella…
«Ma son sempre quella!
– la luna protesta –
non sono mica
un berretto da notte
sulla tua testa!
Viaggiando quassù
faccio lume a tutti quanti,
dall’India al Perù,
dal Tevere al Mar Morto,
e i miei raggi viaggiano
senza passaporto».

Loretta Santini

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