Arrivavano i sediari

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Arrivavano in pieno inverno portando a spalla gli attrezzi da falegname e i fasci di paglia di fiume per impagliare le sedie.

Vestivano panni pesanti come pantaloni di fustagno o di velluto e camicie contadine a quadrettoni e parlavano con un accento particolare, per cui tutti li chiamavano padovani. Infatti venivano da quei territori ancora lontani dal boom economico, mossi dalla necessità di guadagnare. Si spingevano lontano, nelle piccole frazioni dell’Umbria abbarbicate sui costoni rocciosi circondati dagli ulivi, spostandosi a piedi e dormendo dove capitava.

La voce dell’arrivo dei sediari si spargeva in un baleno anche in assenza dei telefoni e di internet. Come era possibile? Semplice: faceva “rete” la presenza costante di ogni contadino nel proprio campo, che si scambiava le informazioni col contadino del campo confinante e così via. Inoltre, siccome si andava quasi tutti a piedi o a cavalcioni di un’asina o sopra un carro, ci si incontrava anche per strada e ci si fermava per scambiare due chiacchiere, per informarsi sullo stato di salute altrui, sulle novità del momento come nascite, morti e matrimoni e sull’arrivo dei sediari.

Oggi invece usciamo da casa sapendo già tutto e poco inclini a occuparci del prossimo. La Tv, i giornali e la rete ci rendono edotti di tutti gli avvenimenti rimarchevoli -ma anche di quelli più futili- accaduti in qualsiasi angolo recondito del globo e, nonostante tutti questi vantaggi portati dalla scienza e dalla tecnica, c’è chi ancora fa stragi nel nome del suo dio e chi trova la morte per raggiungere la felicità con la droga. Non siamo riusciti a sconfiggere gli integralismi e a far tacere i ciarlatani che anzi si sono moltiplicati utilizzando tutti i più moderni mezzi della comunicazione.

Dopo queste divagazioni che lasciano il tempo che trovano, torniamo al tema dei sediari. Nelle case contadine del primo dopoguerra le sedie erano un lusso e nelle cucine dominavano le panche per mettersi seduti. A questo proposito i vecchi raccontano una storia vera, con nomi e cognomi. Una famiglia numerosa stava cenando, quando bussò alla porta un vicino. Il capofamiglia gli disse di accomodarsi mentre loro continuavano a mangiare. Siccome l’amico rimaneva in piedi, il padrone di casa gli intimò in modo brusco di mettersi seduto (…e asséttate!). L’amico allora sedette per terra tra le risate di tutti, evidenziando che non c’erano posti liberi a sedere sulle panche e l’unica sedia era occupata dall’amico che lo aveva invitato a sedersi. Ecco una delle ragioni per cui, appena l’economia incominciò a riprendersi, scesero i sediari per soddisfare una richiesta crescente di comodità.

Il capo famiglia previdente, valutate le risorse disponibili, aveva già tagliato nei giusti tempi quella bella pianta d’acero bianco che svettava in mezzo al bosco di carpini. L’aveva messa a stagionare all’ombra di una capanna e adesso era pronta per diventare comode e leggere seggiole per tutta la numerosa famiglia, bambini compresi. Era uno spettacolo vedere lavorare i sediari: ognuno aveva un compito e un arnese adatto per portarlo a termine. Scolpivano il legno con colpi sicuri e dalle loro mani venivano fuori le parti portanti della futura seggiola. Uno assemblava le parti fabbricate dagli altri incastrandole tra loro senza l’uso di chiodi o viti, mentre l’altro iniziava a rivestire lo scheletro della seggiola con la multicolore paglia di fiume, detta nel linguaggio comune la scarsa. I bambini curiosi abbandonavano libri e quaderni per seguire i movimenti eleganti e ripetitivi di ciascun artigiano, sordi ai richiami della mamma sulla necessità improrogabile di finire prima i compiti.

A sera, siccome d’inverno non mancava mai, in ogni casa contadina, un congruo quantitativo di tordi e affini, andava a finire a poenta e osei con i robusti padovani che rimestavano vigorosamente con un mattarello la farina di granturco che cuoceva in un capace caldaio di rame.

La sera successiva continuava lo scambio culinario con una cena a base di tordi (e similari) allo spiedo inframmezzati da una foglia di salvia e da un lardello. Il contorno rigorosamente di insalata mista di campo e per pane il cosiddetto panunto, ovvero l’immancabile filone di pane tagliato a metà secondo la lunghezza e insaporito nascondendoci dentro ogni tanto, a mo’ di sandwich, lo spiedo gocciolante di saporiti grassi animali.

Vittorio Grechi

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